HENRI PIRENNE.
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STORIA D'EUROPA DALLE INVASIONI AL SEDICESIMO SECOLO.
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Parte 5.
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1991, 2006 Newton Compton editori.
ISBN 978-88-541-2613-8.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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LIBRO NONO. IL RINASCIMENTO E LA RIFORMA.
Introduzione.
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Capitolo primo. Trasformazioni della vita sociale dalla met del 15esimo secolo.
1. L'Italia e la sua influenza.
2. Il Rinascimento nel resto dell'Europa.
3. Idee e costumi.
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Capitolo secondo. La Riforma.
1. Il Luteranesimo.
2. Il diffondersi della Riforma. Il Calvinismo.
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Capitolo terzo. Gli Stati europei dalla met del 15esimo alla met del 16esimo secolo.
1. La politica internazionale.
2. La politica interna.
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Note bibliografiche.
Note.
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Fine Indice.
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LIBRO NONO. IL RINASCIMENTO E LA RIFORMA.
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Introduzione.
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Il periodo che va dall'inizio del quattordicesimo  fin verso la met del quindicesimo secolo, ci ha dato lo spettacolo di una societ agitata e tormentata, in rivolta contro la tradizione che la opprime e che non riesce a scrollarsi di dosso. La diga che il passato oppone alla spinta dell'avvenire, tiene; sembra ancora solida eppure, minata da erosioni invisibili, tutt'a un tratto cede, lasciando via libera alle forze che tratteneva e che danno al paesaggio storico un aspetto completamente nuovo.
Fino al Rinascimento, la storia intellettuale dell'Europa non  altro che un capitolo della storia della Chiesa. Il pensiero laico  talmente scarso che anche coloro che lottano contro la Chiesa ne sono completamente dominati e non si propongono altro che di trasformarla. Non sono liberi pensatori, bens eretici. Con il Rinascimento, il controllo della Chiesa sul pensiero viene messo in discussione. Il clero perde il monopolio della scienza. Anche la vita spirituale si laicizza; la filosofia cessa d'essere l'ancella della teologia e l'arte, al pari della letteratura, si emancipa dalla tutela secolare che le viene imposta fin dall'ottavo secolo. All'ideale ascetico si sostituisce un ideale puramente umano, e di cui si trova la pi alta espressione nell'Antichit. L'umanista prende il posto del chierico, cos come la virt (virtus) prende il posto della devozione. Ma, se si pu dire con una certa esattezza che il Rinascimento sostituisce l'uomo al cristiano, non  altrettanto esatto dire che  antireligioso. Non ha forse contato molti papi, tra i suoi promotori pi entusiasti?  verissimo dire, invece, che  anticlericale. Non solo per gli umanisti italiani, ma per cristiani convinti come un Erasmo o un Tommaso Moro, la pretesa dei teologi di dettar legge alla scienza, alle lettere e alla morale stessa,  tanto ridicola quanto nefasta. Essi sognano di conciliare la religione con il mondo. Sono tolleranti, poco dogmatici, molto ostili al lavoro secolare che la scolastica ha sovrapposto alla Bibbia. Ci che li interessa prima di tutto sono le questioni morali. Il loro programma, esposto rispettivamente nel Miles Christianus e nell'Utopia  quello di un cristianesimo ampio, razionale, completamente spogliato di ogni misticismo, che lascia alla Chiesa i connotati non pi di sposa di Cristo e di fonte di salvezza per le anime, ma di istituzione moralizzatrice ed educatrice nel senso pi elevato del termine. Sanno bene che per portarla a questo punto occorre riformarla. Ma sono ottimisti, e sperano di sospingerla gradatamente a impegnarsi sulla via nuova.
Si pu dunque dire che il Rinascimento, a modo suo, si sia posto il problema religioso. Ma non ha fatto altro che tratteggiare la soluzione moderata, prudente e aristocratica che gli andava preparando. La Riforma gli ha sbarrato il passo con la foga, la violenza, l'intolleranza, ma anche con quella fede profonda e quel bisogno appassionato di arrivare a Dio e alla salvezza, che le avrebbero conquistato e soggiogato le anime. Riforma e Rinascimento non hanno niente in comune. Anzi, a dire il vero, l'una  il contrario dell'altro. La Riforma, infatti, rimette il cristiano al posto dell'uomo, irride alla ragione e la svaluta anche quando rifiuta e condanna il dogmatismo; Lutero  molto pi vicino ai mistici del Medio Evo che agli umanisti, suoi contemporanei. Alla maggior parte di loro ha addirittura fatto orrore. Erasmo e Tommaso Moro si sono ben presto allontanati da questo rivoluzionario, la cui brutalit e il cui radicalismo turbavano il loro intelligente senso del compromesso e al tempo stesso urtavano il loro gusto dell'eleganza e dell'equilibrio. Hanno intuito la tragedia che stava per avere inizio, ne hanno rabbrividito in anticipo e hanno compreso che le loro speranze di conciliazione erano finite.
Tuttavia il luteranesimo non scatena la catastrofe delle guerre di religione. Dopo un primo fermento popolare, caratterizzato dalla sollevazione dei contadini tedeschi e dall'insurrezione degli Anabattisti, si sottomette docilmente all'autorit dei principi. Abbandona la Chiesa al potere laico tanto che, quando Carlo quinto si decide ad agire contro di esso, sono dei principi che deve combattere e la lotta che si ingaggia  molto pi politica che religiosa. Quanto a Roma, stupita dai successi di un evento nel quale, tutta presa dagli interessi temporali, all'inizio non aveva visto che una disputa di monaci, avendo lasciato che il fervore delle masse cattoliche si intiepidisse, dapprincipio, alla marea dell'eresia che sta salendo, non pu opporre altro che impotenti anatemi. Le monarchie del nord adottano la nuova confessione. Enrico ottavo, in Inghilterra, fonda una Chiesa di Stato per met scismatica e per met eretica, che  soprattutto la Chiesa nazionale alla quale gi aspiravano i seguaci di Wycliffe. Tutto questo accade senza grandi scosse; qualche messa al bando, qualche supplizio, ma niente cittadini armati gli uni contro gli altri, e molto meno spargimento di sangue, senza confronto meno, di quanto ne abbiano fatto scorrere la guerra degli Albigesi e l'inquisizione.
Ma appare Calvino, e, con lui, il corso che la Riforma ha avuto fino a quel momento sotto l'autorit dello Stato, si modifica bruscamente. Una religione austera, esclusiva, intollerante, pretende di imporsi ai governanti e di sottometterli, anche a costo della rivolta, alla parola di Dio. Il calvinismo non si accontenta pi dell'esistenza nazionale che fino a quel momento  bastata al protestantesimo. La sua propaganda mira a conquistargli il mondo. La fede che ispira agli "eletti" li spinge all'azione politica e con esso si apre l'epoca tragica delle guerre di religione.
Sia il successo del Rinascimento, sia quello della Riforma hanno avuto come condizione indispensabile quel cedimento della Chiesa cattolica che abbiamo visto accentuarsi sempre pi dall'inizio del quattordicesimo  secolo. Solo questo ha reso possibile l'affrancamento del pensiero e il rinnovamento della fede. La societ europea era troppo vigorosa per non far saltare i vincoli che la tenevano ancora legata al passato. E non  soltanto nell'ambito della fede e del pensiero che, dalla met del quindicesimo secolo, si manifesta un movimento di rinnovamento. Lo si osserva dappertutto. Mentre i pensatori si scuotono di dosso il giogo della scolastica e gli artisti quello dello stile gotico, si vedono industriali, capitalisti, politici protestare a loro volta e insorgere contro il regime restrittivo delle corporazioni dei mestieri, contro le limitazioni economiche, contro le tradizioni e i pregiudizi che gravano sulla libera espansione della loro attivit. Tutto si trasforma simultaneamente, il mondo intellettuale come quello economico; il capitalismo moderno nasce pressappoco nello stesso momento in cui appaiono i primi lavori scientifici con i quali collabora alla scoperta delle Indie orientali e dell'America. L'organizzazione degli Stati subisce l'influenza delle idee, dei bisogni, degli appetiti, delle ambizioni che travagliano il corpo sociale. A dire il vero,  troppo poco limitare il senso della parola "Rinascimento" al nuovo orientamento del pensiero e dell'arte; bisogna estenderlo a tutto il campo dell'attivit umana quale si  rivelata nelle sue manifestazioni pi diverse, dalla met del quindicesimo secolo. E se si pensa altres che questa vita esuberante si diffonde in un'Europa dove si  appena formato un nuovo Stato, la Borgogna, dove la Spagna  assurta al rango di "grande potenza" e dove l'arrivo dei Turchi in Oriente pone problemi spaventosi, si apprezzer in tutta la sua imponenza e il suo interesse appassionante lo spettacolo fornito dalla storia al momento in cui, verso il 1450, precipita e mette in risalto, con il vigore della sua decisione e la chiarezza del suo slancio, la confusione e i tentativi dolorosi del periodo precedente.



CAPITOLO PRIMO Trasformazioni della vita sociale dalla met del quindicesimo  secolo.

1. L'Italia e la sua influenza.

Il Rinascimento, nel senso pi ampio del termine, non sembra essere un fenomeno pi specificamente italiano di quanto sia stata, alla fine dell'undicesimo secolo, l'espansione della vita urbana. N l'uno n l'altra avrebbero potuto diffondersi tanto rapidamente se a nord delle Alpi non fossero state presenti le condizioni idonee al loro successo.  vero per che queste condizioni, per l'uno come per l'altra, in Italia si sono definite prima e sono state pi favorevoli che in qualunque altro luogo. Cos come Firenze si  distinta rispetto a tutte le citt del Medio Evo, allo stesso modo il Rinascimento italiano d prova di una variet, di un'originalit, di un vigore mai raggiunti altrove e a cui esso deve l'influenza straordinaria che ha esercitato.
Il fatto  che in Italia, le autorit tradizionali che si imponevano tanto alla vita sociale quanto a quella intellettuale, perdono vigore o scompaiono molto prima che nel resto d'Europa. E questo,  in gran parte conseguenza dello straordinario sviluppo della vita urbana. All'inizio, la nobilt che vive nelle citt, vi  trascinata dai continui conflitti della borghesia, ma senza che ci se ne renda conto, prende anche l'abitudine di interessarsi al commercio, tanto che, a poco a poco, la distinzione cos netta che altrove separa il nobile dal non nobile si cancella e avvicina in una comunanza di costumi e di interessi, indipendentemente dalla nascita, i discendenti dei cavalieri e i mercanti che hanno fatto fortuna. La condizione sociale prevale sulla condizione giuridica; a questo si aggiunga che, nel corso del quattordicesimo  secolo, la nobilt italiana abbandona il mestiere delle armi, perdendo cos la ragion d'essere del suo esistere come classe distinta e privilegiata. La guerra diventa una professione che viene affidata a imprenditori speciali, i condottieri98 gente di qualsiasi origine, in maggioranza parvenu che hanno fatto fortuna, nei quali niente ricorda l'antica fedelt feudale. E mentre il nobile si spoglia dei caratteri specifici di classe, una trasformazione analoga si compie in seno alla ricca borghesia. Il risultato dei progressi dell'organizzazione economica, dello sviluppo delle societ commerciali, del perfezionamento degli strumenti di credito,  prima di tutto quello di pretendere dal banchiere o dall'uomo d'affari una formazione intellettuale che non si rileva nei mercanti del nord, e poi di asservirlo, molto meno di quanto non lo siano questi, al tipo di vita che conduce. Pur mandando avanti la propria attivit commerciale, egli si riserva del tempo libero, pu dedicarsi a svaghi intellettuali, abbellire la propria dimora di opere d'arte e impregnarsi di raffinatezza: tutte cose che lo pongono in singolare contrasto con i "patrizi" della Germania, delle Fiandre o della Francia. Allora, ugualmente alimentata dalla nobilt e dalla borghesia, fra tutti coloro che il genere di vita, l'istruzione, i gusti e i piaceri avvicinano, si crea una sorta di aristocrazia mondana che non ha l'uguale in nessun altro paese. L'antica societ si disgrega. Si formano raggruppamenti nuovi, non pi determinati dalla consuetudine e dal pregiudizio, ma sorti spontaneamente, in virt delle affinit, e nei quali, diciamo pure la parola, lo spirito di classe fa posto allo spirito di umanit.
Lo sviluppo del capitalismo porta altre conseguenze ancora99. Occorre notare come un fenomeno assolutamente straordinario, la signoria di fatto che i Medici esercitano a Firenze e che non ha altra origine se non la loro ricchezza.
Firenze presenta ogni sorta di problemi politici e sociali, tutti i possibili contrasti di fortunale, si presta a tutte le combinazioni dello spirito politico che risveglia.  la sola citt europea che si possa paragonare ad Atene, e, come quella, e in tutta la forza del termine,  uno Stato che ha altrettante questioni da regolare sia all'interno che all'esterno. Non c' da stupirsi che i primi teorici politici degni di questo nome, Machiavelli (1469-1527) e Guicciardini (1483-1540) siano nati su questo suolo tanto fecondo. Con loro, il giudizio politico non subisce pi alcuna influenza dottrinale. Essi sono altrettanto indipendenti dalle concezioni teologiche quanto dalle costruzioni giuridiche che fino a quel momento hanno pesato sulla valutazione della politica. La vita urbana esce dai confini angusti del Medio Evo e diventa vita civica100.
Anche lo spettacolo delle altre citt italiane mostra in politica la rottura totale con la tradizione. Qui, in seguito alle rivalit intestine, si  finito col consegnarsi nelle mani di tiranni, tutti parvenu, che, senza alcun titolo legittimo e avvalendosi soltanto della forza, esercitano un governo contro il quale non esiste altra soluzione che l'assassinio. Enea Silvio Piccolomini (che fu papa con il nome di Pio secondo) dice: "Nella nostra Italia, amante del cambiamento, dove niente dura e dove non esiste alcuna signoria antica, un valletto pu benissimo aspirare a diventare re". Questi tiranni, che si fanno conferire dagli imperatori titoli che niente legittimava - come i Visconti a Milano - fondano un potere monarchico che non ha niente a che vedere con quello dei re o anche dei principi d'oltralpe. In Italia, una Giovanna d'Arco sarebbe inconcepibile! Al suo posto, i sovrani si servono di individui di cui non si fidano mai e che, nel momento in cui diventano potenti,  opportuno far scomparire. Il principio che li domina  la ragion di Stato. Si collocano al di fuori di qualsiasi tradizione, niente li fa sentire impegnati, n sovranit, n carte bollate, n usanze, n privilegi, e men che mai un pensiero religioso o giuridico. Come gli antichi imperatori romani, possono permettersi tutto. Tra loro ci sono mostri come Giovanni Maria Visconti (1412), che nutriva i suoi cani di carne umana, o come Gian Galeazzo Sforza, che Cominnes descrive definendolo un "edificatore della Certosa di Pavia, grande e malvagio tiranno, ma rispettabile"101. La mancanza di unit politica dell'Italia, di cui tanto si rammarica Machiavelli,  stata indubbiamente la condizione della sua rottura col passato. Non essendo stata racchiusa in uno Stato unico, l'Italia ha potuto essere, nei confronti del resto dell'Europa, un po' quello che la Grecia  stata un tempo per Roma. Immaginiamo per un attimo che la politica di Federico secondo fosse riuscita a riunificare l'Italia, e Firenze sarebbe stata impossibile102.
Allo sfaldarsi delle tradizioni sociali e politiche, si accompagna la dissoluzione dei costumi e della morale. Dominata completamente dalla Chiesa, la morale del Medio Evo era stata essenzialmente ascetica. Collocava la perfezione nella rinuncia; della vita laica, faceva qualcosa di secondario, d'inferiore; il suo ideale era il monaco, e ci veniva riconosciuto anche dai laici. Da qui, la diffusione straordinaria delle pie istituzioni, di qui i monasteri, i conventi, gli ospedali che principi, nobilt e borghesia facevano a gara a costruire. Chi non vive all'ombra dei chiostri, vuole riscattare la propria inferiorit fondando conventi e assicurarsi la salvezza attirando su di s parte dei loro meriti. Da qui, anche, la venerazione di cui gode, non il clero secolare, bens il clero monastico; quei principi che si fanno seppellire vestiti del saio da frate minore; quei mercanti e quei banchieri che ordinano agli esecutori testamentari di restituire i beni male acquisiti. Tra loro, quante coscienze tormentate dai rimorsi, all'ultimo momento! Infatti, a dire il vero, nel rigore della regola teologica, ogni profitto commerciale, ogni speculazione fortunata, ogni contrattazione portata a termine  condannabile perch deriva dal peccato d'avarizia; la dottrina del giusto prezzo limita il guadagno al minimo indispensabile per il mantenimento del commerciante e della sua famiglia. Bisogna leggere raccolte come quelle di Cesare di Heisterbach (1180-1240) o di Tommaso di Cantimpr (1204-1263) per farsi un'idea esatta della mentalit inflessibile del tredicesimo secolo nei confronti del commercio. Non si pu pensare alla cassaforte del mercante senza immaginarne il diavolo appollaiato sul coperchio. Dal principio alla fine, la Chiesa non ha cessato di esaltare le parole di san Gerolamo: Homo mercator vix aut numquam potest Deo piacere.
L'ascetismo si collega cos intimamente alla concezione pessimistica della vita che sta alla base del cristianesimo medioevale, che  impossibile separare l'uno dall'altra. Gli accade di riacquistare la sua autorit sotto l'urto di una potente spinta morale, e ci spiega il successo prodigioso di Savonarola nella Firenze cos ricca, cos lussuosa, cos libertina della fine del quindicesimo secolo, e gli autodaf di gioielli, di abiti, di strumenti musicali, di libri, di opere d'arte, abiette vanit mondane, che provocano i suoi sermoni. Ma  soltanto una fiamma passeggera, carpita a un fuoco che si sta spegnendo sotto le ceneri. Ormai la vita prende troppo, assorbe troppo,  troppo appassionante, perch gli spiriti, anche i pi nobili, possano sentirsi a proprio agio in una concezione che la condanna. Quanto agli altri, vi si abbandonano tanto pi a cuor leggero, in quanto il clero, per la maggior parte, gliene d l'esempio. Perch anche il clero si lascia trascinare dalla corrente. La corte pontificia ostenta il lusso pi grandioso, e niente  meno edificante della condotta dei preti secolari. Ma sono i monaci, nella Chiesa tormentata e vacillante del quindicesimo secolo, forse soprattutto loro, a contribuire all'intiepidimento della fede. Non certo che i loro costumi giustifichino gli attacchi, i sarcasmi, il disprezzo che la letteratura incomincia tanto copiosamente a riversargli addosso. I chiostri rimangono ancora l'asilo di molte anime elevate e pure. Ma, nell'insieme, non rispondono pi alla loro missione perch non sono pi adeguati ai bisogni e alle esigenze del momento. La loro formazione scolastica e mistica li rende troppo estranei alle idee dominanti perch possano ancora agire su di esse. L'aristocrazia colta li considera i rappresentanti di un'epoca superata; le fanno piet, e tra piet e sdegno la distanza  presto colmata. Anche loro lo sentono e si rassegnano a esercitare semplicemente un apostolato popolare che li degrada, perch non vi aderiscono spontaneamente. Ormai vengono reclutati soltanto tra il popolo e la piccola borghesia, ed  certo che molti dei loro nuovi confratelli si sono fatti monaci semplicemente per condurre una vita sicura, al riparo della regola conventuale.  scomparso, dunque, il prestigio esercitato tanto a lungo dai Francescani e dai Domenicani. I laici istruiti ne parlano ormai soltanto con tono di dileggio, e i racconti di devozione che un tempo ci si tramandava a loro riguardo hanno fatto posto a storie salaci, ripetute a non finire dalle cronache scandalistiche. Perch i monaci riprendano il loro ascendente sul mondo, bisogner attendere che appaia un nuovo ordine, quello dei Gesuiti, nel quale l'ascetismo far propria la moderna cultura dello spirito per combatterne gli effetti. Non bisogna credere, per, che gli uomini del quindicesimo secolo abbiano perduto il senso della santit. Tutt'altro. A dimostrarlo, basta citare la loro venerazione per i Certosini. Un tiranno quale Gian Galeazzo Sforza non ha forse circondato la Certosa di Pavia del pi magnifico quadro architettonico, come si monta su un castone una reliquia venerata? Ma i Certosini sono puri contemplativi che non si mescolano alla vita, e abbandonano a se stessa la societ che li ammira e sulla quale non sperano di intervenire in altro modo che con la preghiera.
Se il Rinascimento si  liberato della morale ascetica del Medio Evo, non l'ha sostituita con nessun'altra. Le anime pi nobili e forti si sono imposte un ideale di virt e di onore; per altre, lo stimolo dominante  stata la gloria, ma i pi non sembrano avere obbedito ad altre regole se non quelle dell'interesse personale, oppure si sono lasciati trasportare dalle proprie inclinazioni o dalle proprie passioni. La rilassatezza dei vincoli coniugali, la frequenza degli assassini, degli avvelenamenti, delle perfidie di ogni genere e a tutti i livelli della scala sociale, attestano una crisi morale che  impossibile negare. E tuttavia, in mezzo a questo disordine, si vede spuntare il sentimento della libert individuale, quello della dignit dell'uomo, della bellezza della vitalit e della responsabilit di ciascuno di fronte alla propria coscienza.  forse andare troppo lontano, rendere onore al Rinascimento di avere intuito che la morale non pu essere limitata unicamente a un codice di precetti e che, per essere completa, le occorre la libera adesione della personalit? Si tratta senza dubbio di una concezione aristocratica, per lo meno nel senso che a pochi  dato comprenderla. Ma tutta l'opera del Rinascimento, non  forse aristocratica? Non  forse per la formazione di un'lite intellettuale che si caratterizza soprattutto, e che si oppone cos radicalmente al Medio Evo, con la sua casta sacerdotale a cui va il monopolio dell'istruzione e del sapere? E non  forse a questa lite intellettuale che deve il tratto pi evidente e che, soprattutto in Italia, riesce a dargli la fisionomia che gli  propria, il ritorno all'Antichit?
Si sa che la sua accezione prima, la parola stessa di Rinascimento, non significa altro che Rinascita dell'Antichit. Eppure  certo che, impiegandola in questo senso, se ne limita immensamente la portata. Il cambiamento delle idee, dei costumi e della morale, nel quindicesimo secolo, non  stato - lo si  visto - conseguenza della cultura degli autori classici. Deriva, in modo del tutto naturale, dalla vita sociale dell'Italia. Se la letteratura antica avesse avuto la forza di provocarlo, il Rinascimento si sarebbe prodotto fin dal regno di Carlomagno. Perch in definitiva, la maggior parte degli autori latini erano conosciuti e studiati fin da allora; le loro opere vengono copiate fin verso la fine del dodicesimo secolo e la loro influenza si svela facilmente nello stile di molti cronisti del tempo. Soprattutto Virgilio era tenuto in particolare onore dal clero del Medio Evo e tale era il rispetto di cui godeva, da essere considerato un precursore del cristianesimo. Da lui Dante si fa accompagnare nel mondo dell'aldil, e l'omaggio che gli rende nella Divina commedia - tu duca, tu signore e tu maestro -  pi entusiastico, pi sincero, e pi eloquente di tutti i panegirici degli umanisti in onore del poeta di Mantova. Eppure, tra l'Eneide e la Divina Commedia c' un abisso. Dante non ha compreso Virgilio, e non lo poteva comprendere. Perch era troppo intensamente, troppo profondamente cristiano e mistico. Dell'Antichit, il Medio Evo ha potuto sentire e gustare semplicemente alcune sentenze, alcune storie, alcune "moralit", prese in senso simbolico; non certo la forma, n lo spirito. E quel che  vero per la letteratura, lo  ancor pi per l'arte. I maestri ignoti che hanno elevato le cattedrali romaniche e quelle gotiche avevano ancora sotto gli occhi una quantit di monumenti antichi, in mezzo ai quali sono vissuti senza vederli. La loro concezione del bello era esclusiva, come accade a tutte le scuole potenti e sincere. La loro incomprensione per l'arte classica non ha avuto l'uguale se si eccettua l'incomprensione di cui l'arte del Medio Evo sarebbe a sua volta divenuta oggetto, dopo il trionfo del Rinascimento. In realt, accade all'influenza esercitata dall'Antichit sul Rinascimento un po' quel che accade a quella del Medio Evo sul Romanticismo. Senza una precedente inclinazione degli spiriti e dei sentimenti, n la prima alla fine del quattordicesimo  secolo, n il secondo all'inizio del diciannovesimo, avrebbero raccolto adepti cos numerosi e appassionati. Per lungo tempo si era guardato alle loro opere senza vederle, si erano letti i loro libri senza comprenderli. Non sono dunque n queste opere n questi libri a essersi imposti da s. Quando  caduta la benda da davanti agli occhi e l'autorit che governava le intelligenze ha cessato di imporsi a loro, ci si  accostati ad essi, li si  ammirati, li si  compresi, o si  creduto di comprenderli. Cos come il Medio Evo non avrebbe potuto entusiasmare i romantici se non si fosse abbandonato l'ideale classico razionalista e cosmopolita del sedicesimo secolo, allo stesso modo, gli uomini del Rinascimento non avrebbero trovato nell'Antichit una sorgente nuova di scienza e di bellezza, se non si fossero affrancati dalla tradizione teologica ed ecclesiastica.
Bisogna per riconoscere subito che l'influenza dell'Antichit all'epoca del Rinascimento  stata incomparabilmente pi vasta e feconda di quella del Medio Evo all'epoca del Romanticismo. Il Medio Evo, infatti, portava ai romantici soltanto una dimensione pittoresca e un po' di colore locale. L'Antichit invece, nel momento in cui il pensiero laico si risvegliava, gli offriva un tesoro di scienza e di umanit rivestito di tutte le suggestioni della forma. Nel momento stesso in cui la Chiesa non bastava pi ai bisogni dello spirito, per una fortuna straordinaria, accadde che un'arte e una letteratura incomparabili si presentassero a soddisfarli. Si usciva dalla cattedrale e di fronte, spalancato, si trovava il tempio antico.
Non c' da stupirsi che il culto dell'Antichit abbia preso l'avvio in Italia. Qui, non si era mai del tutto spento. Il ricordo di Roma rimaneva vivo. Basta ricordare Arnaldo da Brescia. Petrarca considera gli altri popoli alla stregua di barbari. Nel momento in cui gli occhi si aprono e notano la bellezza antica, si crede di riconoscere un legame familiare. L'arte del Medio Evo  tacciata di gotico. Da Bisanzio arriva il greco.
Non abbiamo modo, qui, neanche brevemente, di tratteggiare la fisionomia dell'umanesimo italiano del quindicesimo secolo. Malgrado le sue esuberanze e le sue tracotanze, cionondimeno, ha influito nella maniera pi duratura sul pensiero moderno. Prima di tutto, ha fatto del latino - non pi il latino scolastico delle universit e dei giuristi, lingua di scuola e di commercio, che sacrifica completamente la forma alla chiarezza, ma il latino classico, corretto ed elegante - la lingua internazionale di tutte le persone istruite fino ai nostri giorni. Ha creato cos, a uso dei laici, una cultura uniforme, assai simile, per la sua forma esteriore, a quella di cui il clero fino a quel momento aveva conservato il monopolio. Cos facendo, ha portato a termine il processo di formazione di quell'aristocrazia intellettuale a cui l'evoluzione sociale dava vita in seno alla nazione. Ma ha fatto ancor di pi, cio a dire, ha contemporaneamente "aristocraticizzato" lo sviluppo di tutte le letterature moderne. Gli scrittori, formati allo studio dei classici, hanno trasferito sulle lingue nazionali l'ideale di bellezza che in essi avevano scoperto. Scrivere  diventato un'arte che, se si ispira all'Antichit, non stabilisce con essa un rapporto di soggezione e conserva nei suoi confronti la stessa libert che la scultura e l'architettura del Rinascimento testimoniano nei confronti dei modelli greci e romani a cui si ispirano. Si assimilano le forme e i pensieri antichi, senza lasciarsene dominare. Gli spiriti si sono abbastanza affrancati per mantenersi indipendenti e non abdicare alla propria personalit e alla propria originalit. Quando si scrive in latino, si imitano, o, ammettiamolo pure, si copiano gli antichi. Ma quando si passa alla lingua nazionale, si cerca di competere con loro, liberamente, e l'imitazione fa posto all'emulazione. L'ammirazione per l'Antico e per la sua lezione, non  servita che a stimolare e ad affinare, senza soffocarlo, il genio creatore. Questo vale tanto per un Donatello, un Andrea del Sarto, un Bramante, un Raffaello, quanto per un Ariosto, un Tasso, un Guicciardini, un Machiavelli.
Questi ultimi due nomi stanno a ricordare quanto la letteratura nazionale, nel momento stesso in cui eccelle in bellezza, venga ampliata e approfondita dal pensiero. Certo, il latino rester ancora a lungo la lingua della scienza. Ma non ne ha pi il monopolio. Le lingue moderne sono ora abbastanza duttili e ricche da prestarsi alla formulazione delle idee pi sublimi e colui che se ne serve  sicuro di trovare lettori in questa aristocrazia intellettuale dove si  risvegliato il bisogno di pensare. La curiosit  universale. Della filosofia antica, non si conosceva che Aristotele e l'immagine che ne avevano costruita gli scolastici l'ha screditato. Tanto pi ci si volge con entusiasmo verso il Platonismo. La letteratura greca, che prima della presa di Costantinopoli da parte dei Turchi, alcuni esuli bizantini sono venuti a far conoscere in Italia, apre allo spirito nuovi orizzonti. Addirittura, qualche precursore sogna gi di andare ancor pi lontano e affronta il campo degli studi ebraici e della filologia orientale. E da ultimo, le scienze esatte iniziano la loro gloriosa carriera. La fisica, l'astronomia, la matematica, fioriscono in questa primavera del pensiero moderno, che d all'Italia del quindicesimo secolo il fascino incomparabile che le  proprio. Non bisogna dimenticare che Copernico ha studiato a Padova e a Bologna e che i lavori scientifici di Toscanelli e di Luca Paccioli hanno ampiamente contribuito alla scoperta del Nuovo Mondo.



2. Il Rinascimento nel resto dell'Europa.

Il Rinascimento del nord Europa  ben lungi dall'essere una semplice imitazione dell'Italia. Se non fosse stato che questo, sarebbe un fenomeno abbastanza superficiale e senza grande portata. No. Il fatto importante  che, nel momento in cui accoglie il Rinascimento italiano, esso si trova, del tutto indipendentemente dall'Italia, in una crisi di trasformazione sociale ed economica. L'ambiente creato dal quindicesimo secolo gli schiude un'epoca di rinnovamento, un travaglio profondo che, pur senza modificarne violentemente la costituzione intima, come nel dodicesimo secolo ha fatto il risveglio del commercio e come, nel diciannovesimo, avrebbe fatto la scoperta del vapore, ci nondimeno lo ha scosso dalle fondamenta, dandogli la forma che avrebbe conservato fin verso la fine dell'Ancien Rgime.  questo sordo travaglio, che va dal 1450 al 1550 circa, che bisogna cogliere bene per capire tanto il Rinascimento quanto la Riforma. Non certo perch ne sia la causa, ma perch spiega il modo in cui entrambi hanno agito, e l'energia di resistenza e di attacco che hanno messo in moto.
La grande novit dell'epoca  il capitalismo. Per la verit, non  la prima volta che fa la sua comparsa. Si era gi notevolmente sviluppato nel dodicesimo e nel tredicesimo secolo e il patriziato urbano  l'erede dei mercanti arricchiti di quell'epoca. Due cause avevano arrestato questa prima espansione. Prima di tutto, la concorrenza imbattibile dei capitali italiani che, verso la fine del dodicesimo secolo, si accaparra ovunque il commercio del denaro. In secondo luogo, la regolamentazione dei mestieri in favore della piccola borghesia. Alla libera espansione economica aveva fatto seguito - avremo occasione di vederlo pi avanti - un'epoca di regolamentazione.
Da quel momento, il capitalismo, a nord delle Alpi, se non  scomparso del tutto,  disturbato, sorvegliato, messo in catene. Per continuare a operare dovrebbe sovvertire le regole, ma, schiacciato com' dalla concorrenza italiana, non ne ha la forza. Anche le leggi ecclesiastiche e civili sul prestito a interesse esercitano la loro influenza. In breve, i patrizi si trasformano in una classe che vive di rendita e che non fa pi affari. Si  voluto sostenere che il grande mercante di professione, nel Medio Evo, non sia esistito.  falso, se si prende l'affermazione in senso generale;  abbastanza vero, se la si circoscrive al quattordicesimo  secolo. Gli unici che facciano ancora affari di una certa consistenza sono coloro che hanno qualche interesse nelle compagnie italiane o i mediatori. Oltralpe, un grande commercio, una grande banca non esistono pi. Anche in Fiandra, il capitale che alimenta l'industria tessile, che fornisce la lana,  quasi esclusivamente capitale italiano.
Ora, dalla prima met del quindicesimo secolo, questa situazione incomincia a trasformarsi. Una nuova classe di capitalisti nasce un po' ovunque, in Fiandra, in Francia, in Inghilterra, nelle citt della Germania meridionale che sono in rapporto con Venezia. Si compone di uomini nuovi. Non  assolutamente la continuazione del vecchio patriziato.
 un gruppo d'avventurieri, di parvenu, come tutti i gruppi che entrano in scena a ogni trasformazione economica. Non lavorano con il vecchio capitale accumulato. Questo, lo avranno pi tardi. Come i mercatores del dodicesimo secolo, come gli inventori e gli industriali della fine del diciassettesimo e del diciannovesimo, ci che questi pionieri mettono in gioco  semplicemente la propria energia e la propria intelligenza, o il proprio savoir faire.
Hanno un motto, l'eterno motto dei conquistadores della ricchezza: libert. Quella libert reclamata dai loro predecessori del dodicesimo secolo contro le pastoie del regime agricolo e feudale che impedivano l'espansione del commercio. Quella che loro reclamano,  la libert che li affrancher dalla regolamentazione urbana dei monopoli dei mestieri, dalle restrizioni di cui vengono circondati l'acquisto e la vendita, dal controllo dei mercati, dalla prepotenza dei centri commerciali, dai salari fissati per legge, dal tirocinio ufficiale, dai privilegi che, in ogni citt, riservano il commercio ai borghesi e riducono lo straniero alla condizione di paria. Quanto a loro, pretendono di far entrare l'industria e il commercio nel diritto comune, di strapparli all'esclusivismo municipale, di liberarli dall'impaccio di quei privilegi indispensabili, certamente, all'epoca dell'infanzia del commercio, ma il cui peso ora, gli impedisce di svilupparsi. Quel che reclamano  la "libert naturale", la libert tout court, e non pi quella restrittiva, limitata alla borghesia, incompatibile con la libert generale quanto la "libert" dei nobili lo era, un tempo, con quella dei villani. Vogliono che le citt siano accessibili a tutti, che chiunque possa partecipare al commercio che vi si svolge e infine, che non siano pi soltanto citt "per i borghesi che le abitano". Ma vogliono anche poter industrializzare la campagna; attingere a quel grande serbatoio di forze di lavoro, occupare quelle braccia abituate a spingere l'aratro e per loro mezzo, grazie al basso costo dei salari, fare ai mestieri delle citt una concorrenza tanto pi vincente in quanto, non essendo sottoposti ai loro regolamenti, potranno fabbricare a proprio piacimento e nelle quantit desiderate, utilizzare i procedimenti che preferiranno o giudicheranno pi utili, seguire l'andamento della moda, smerciare i prodotti dove meglio crederanno e concludere i contratti a loro pi convenienti.
Questi avventurieri - perch lo sono allo stesso titolo dei mercatores del dodicesimo secolo - sono favoriti tanto dalle trasformazioni politiche quanto dall'impotenza delle citt a mantenere i propri privilegi, nel progredire della civilt. I principi, il cui bisogno di denaro non fa che aumentare con il prezzo di costo delle guerre, hanno bisogno di loro.  pi comodo servirsi di questi uomini d'affari che discutere sulle imposte con gli Stati Generali. Finora, gli uomini d'affari presso le corti di Filippo il Bello, o di Edoardo terzo, sono stati Italiani. Ma incominciano a essere sostituiti da gente del posto. In Austria, i Fugger ottengono lo sfruttamento delle miniere d'argento del Tirolo, della Boemia, dell'Ungheria, preparandosi in tal modo le basi della propria fortuna al di fuori delle citt. In Francia, la storia di Jacques Coeur (1456)  particolarmente interessante. Partito dal niente, egli si associa a un consorzio, dove un mercante  andato in rovina, per il conio della moneta che Carlo settimo d loro in affitto. I profitti non mancano. Tutti i maestri delle monete sono ladri che ritengono legittimi i gudagni sul conio, come oggi quelli dei banchieri sui prestiti dello Stato. Nel 1432, informato sul commercio dei metalli, egli si mette a esportare argento in Oriente e a importarne oro sul quale, in Francia, fa enormi affari. Da allora, lo vediamo aumentare continuamente il suo volume di affari. Prende in affitto le miniere di metalli della corona nel Lyonnais e nel Beaujolais, dove fa venire minatori tedeschi. Diventa "argentiere", il che ne fa il rifornitore di corte, alla quale anticipa somme notevoli a tassi dal 12 al 50 per cento. Nel frattempo, non fa che allargare il giro degli affari, sia da solo, sia in societ con altri capitalisti. Si valutano a 300 le sue agenzie commerciali all'estero, sparpagliate da Famagosta a Bruges e in Inghilterra. Lo si accusa di "rovinare i mercanti onesti", vale a dire certamente, di praticare la speculazione e l'accaparramento. La sua vita non ha pi niente a che vedere con quella dei "mercanti onesti", fedeli alla tradizione del Medio Evo. Si fa costruire un palazzo a Bourges, case a Parigi, Tours, Montpellier. Gli viene dato un titolo nobiliare e diventa consigliere del re. Quando and in rovina, nel 1451, si valuta che la sua fortuna ammontasse a pi di 22 milioni di franchi di oggi.
Questi nuovi capitalisti non sono l'esito di un'espansione del mercato, che infatti non  n pi grande n pi affollato, bens dei bisogni nuovi che in esso si manifestano, a causa del formarsi degli Stati.
Se Coeur  una specie di Rothschild del quindicesimo secolo, non  il solo.  semplicemente il pi brillante campione di un gruppo d'uomini nuovi che incomincia a sostituire gli Italiani come i Rapondi, che svolgono lo stesso ruolo presso Filippo il Buono. Un po' pi tardi, i Laurin, nei Paesi Bassi, si arricchiscono allo stesso modo al servizio dei principi. Il palazzo di Jean Laurin, signore di Watervliet a Malines,  abbastanza lussuoso perch una regnante, Margherita d'Austria, lo acquisti nel 1507. Nel 1506 Jerome Laurin costruisce nel suo Philippus Polder la citt di Philippine. Anche lui, con la carica di tesoriere,  arrivato "da una grandissima povert, senza neanche un soldo in tasca, a una ricchezza di 10.000 marchi di rendita"103.
L'ingegno, che tre secoli prima, pur nell'ottusit agricola e feudale, aveva creato i primi capitali della borghesia, ora, allo stesso modo, in una societ a pi ampio respiro,  lo strumento di parvenu che, scoprendo nuove possibilit e appoggiandosi al favore del principe, sfuggono alla rete entro cui le citt credono di aver imbrigliato, a proprio profitto, il commercio e l'industria. Esse non sono pi in grado di lottare ad armi pari contro questi uomini nuovi che hanno rappresentanti dappertutto, che accaparrano, monopolizzano e sostengono le nuove forze politiche. Grazie ai capitali di cui dispongono, nuove industrie vengono impiantate in piena campagna. Abbiamo gi menzionato l'industria delle miniere. Citiamo ancora la "nuova teleria" in Fiandra, a Hondschoot e Armentires, alle quali le citt oppongono invano i propri privilegi. Stesso fenomeno in Inghilterra, dove sorgono nuovi centri manifatturieri. Quella degli arazzi diventa un'altra industria rurale. E dire industria rurale significa dire industria capitalista. Inizia un tipo di produzione completamente nuovo. Alla sorveglianza che i mestieri facevano pesare sui lavoratori e sulla distribuzione dei prodotti si sostituisce la libert. Il contadino, trasformato in tessitore, contratta con un "padrone" senza che il suo salario e il suo lavoro siano regolamentati. I padroni, a loro volta, sono in rapporto con un imprenditore in grande da cui ricevono la materia prima e che smercia i loro prodotti all'esterno. Il piccolo laboratorio rimane, ma declina, se cos si pu dire, perde la propria indipendenza, subordinandosi a un sistema nuovo che  quello della manifattura. L'industria urbana, circondata dai privilegi come da un baluardo contro il capitale, riesce a sopravvivere nell'ambito della produzione destinata al mercato locale. I mestieri dureranno fino alla fine dell'Ancien Rgime. Altrove, dappertutto, a meno che non si tratti di qualche particolare industria d'arte,  costretta ad abbandonare la lotta. Tutto il nuovo sviluppo industriale, dal quindicesimo secolo in poi, avviene contro di lei e al di fuori di lei. L'industria tessile urbana, in Fiandra, la grande industria dell'esportazione del Medio Evo, decade dalla met del quattordicesimo  secolo. I prezzi troppo elevati e il conservatorismo non le consentono di competere con la concorrenza della nuova industria tessile inglese e di quella rurale. L'industria della tela, che la sostituir fino all'ra delle fabbriche,  tutta rurale.
Naturalmente, l'organizzazione del commercio  saltata, come quella dell'industria, sotto la pressione del capitalismo e della libert. Tutte le restrizioni di cui  stata circondata - mercati, mediatori, obbligo di non fare transazioni se non con la mediazione di borghesi - per il commercio sono diventate pastoie che lo intralciano. L'esempio di Bruges  tipico. Dalla met del quindicesimo secolo, la sua clientela cosmopolita incomincia ad abbandonarla per il porto d'Anversa, sorto da poco. Qui, gli affari non subiscono il peso della tradizione. Il commercio pu organizzarsi fin dall'inizio secondo la nuova mentalit.  la citt fatta per il futuro, perch, nella storia economica,  facile vedere come a bisogni nuovi corrisponda uno spostamento tanto di classi sociali quanto di centri di affari. In Inghilterra compaiono i Merchant adventurers, mentre la marina olandese incomincia a sostituirsi a quella della Hansa. Nel momento in cui il profilo di questa evoluzione  gi cos ben delineato, la scoperta del Nuovo Mondo apre campi sconfinati. Essa ha talmente modificato la superficie del globo da apparire quasi come una catastrofe planetaria. La si pu paragonare, per analogia di risultati, ancorch di proporzioni molto inferiori, all'espansione dell'Islam. Anche quella aveva sconvolto la faccia della terra, trasformato le popolazioni, cambiato le lingue, acclimatato sotto cieli stranieri nuove culture; in una certa misura, aveva orientalizzato l'Occidente. Ma quanto tutto diventa di seconda grandezza, di fronte al trasformarsi dell'Atlantico in un mare interno, alla scoperta del Pacifico, all'espansione del cristianesimo oltre l'Equatore, alla diffusione dello spagnolo, del portoghese - e poi subito dopo del francese e dell'inglese - in America, alla trasformazione di tanti popoli o per incrocio o per annientamento, alla comparsa di tante produzioni nuove che modificano le condizioni della vita - t, caff, tabacco che conquistano l'Europa - all'introduzione in America del cotone, dei nostri animali domestici, e da ultimo, a quei lavori imponenti che apriranno nuove vie alla circolazione del mondo: Suez, Panama! Certo, tutto questo non  stato fatto in una sola volta, e, soprattutto, gli immortali marinai "che han visto uscir dai flutti nuovi astri" non hanno n desiderato n potuto immaginare l'avvenire che aprivano all'Europa. Anche la spinta economica non ha influito che assai debolmente sui loro progetti. L'Europa del quindicesimo secolo non era sovrappopolata; non aveva alcun bisogno di colonie e, in particolare, il Portogallo, da dove tutto ha preso l'avvio, non aveva la minima necessit di allargare il proprio commercio. Enrico il Navigatore non ha niente del principe mercantilista. Ci che lo domina  la curiosit scientifica e la diffusione della fede. Sono aspirazioni puramente spirituali quelle che hanno dato l'avvio alla scoperta dei paesi dell'oro e delle spezie. Non  possibile fare il minimo confronto tra queste spedizioni e quelle dei Fenici dell'Antichit. Ma bisogna riconoscere subito che, senza lo sviluppo che aveva preso la navigazione mediterranea, all'inizio del quindicesimo secolo, queste scoperte sarebbero state impossibili.  a questo che devono imbarcazioni e capitani. In ogni caso, come per le Crociate, c'erano delle ex-citatoria, ed erano i vecchi racconti sull'india, i ricordi di viaggio di Giovanni da Pian del Carpine e di Marco Polo e tutto quel che si raccontava nei porti del Levante.
Non  il caso di ripercorrere, qui, questa storia meravigliosa. Basta ricordarne le date principali; la scoperta delle isole Madera nel 1419, delle Azzorre nel 1431, poi, poco prima della morte di Enrico il Navigatore (1460) che fece ancora in tempo a venirne a conoscenza, quella delle Isole del Capo Verde e della Costa del Senegambia. Da quel momento, i progressi si susseguono a ripetizione dopo il primo brancolare alla cieca. Nel 1482, Diego Cam si spinge fino alla foce del Congo; nel 1486, Bartolomeo Diaz arriva al Capo di Buona Speranza e vede spalancargli davanti l'Oceano Indiano. Nel 1497, Vasco de Gama vi si avventurava raggiungendo, nel 1498, Calcutta. Il Capo aveva giustificato il nome datogli da re Giovanni secondo. Si approd infine alle Indie meravigliose; le caravelle occidentali, dopo una cos lunga navigazione su mari deserti, lungo coste selvagge, incontravano i battelli arabi e approdavano, infine, a quella fonte di ricchezza di cui l'Europa, fino a quel momento, non aveva conosciuto che l'anticamera, nel Levante.
I Portoghesi erano stati i primi pionieri dei mari sconosciuti. Avevano proceduto lentamente, dapprima senza perdere di vista le coste, poi, raccogliendo informazioni via via che avanzavano, oltrepassavano il Capo, toccavano Zanzibar e facevano rotta verso est; insomma, il loro piano consisteva, a forza di pazienza e di energia, nel doppiare la Siria e l'Egitto girando intorno all'Africa, dietro alla quale si sapeva dovessero trovarsi le Indie. Per orientarsi, avevano informazioni sufficienti. Partendo da un insieme di dati empirici, sentivano che ogni passo in avanti li avvicinava alla meta. Per riuscire, non avevano bisogno che dei progressi della tecnica marinara, vale a dire di vascelli abbastanza solidi e grandi, e di nocchieri abbastanza capaci da riuscire a tenere il mare per mesi.
I viaggi di Cristoforo Colombo, invece, senza la scienza del Rinascimento, sarebbero inconcepibili. Se egli non avesse avuto tanta eroica fiducia nei lavori di Toscanelli e dei geografi italiani del quindicesimo secolo, come avrebbe potuto decidere di tagliare diritto e attraversare l'Atlantico per arrivare alle Indie, circumnavigando il globo sul solco dei suoi vascelli? I suoi progetti troppo arditi spaventarono la corte del Portogallo. Quella di Spagna si lasci convincere. Il 3 agosto 1492, le caravelle scomparivano all'orizzonte; il 12 ottobre, approdavano alle Antille. Occorreva percorrere pi di un emisfero per arrivare alle Indie! Il mondo era ben pi grande di quel che aveva supposto Toscanelli; tutti i suoi calcoli erano falsi, ma come spesso accade, l'errore della scienza era fecondo: aveva fatto scoprire l'America. I successivi viaggi di Colombo (1492-1502) e quello del suo compatriota Sebastiano Caboto, entrato al servizio di Enrico settimo d'Inghilterra, resero evidente l'immensit della scoperta, arrivando in territorio americano, gli uni all'Orinoco e al Panama, l'altro nel Labrador. Nel 1500, Cabrai veniva gettato dai venti su un altro punto della sua immensa distesa, il Brasile. Soltanto nel 1513 si vide l'Oceano Pacifico dall'alto delle montagne dell'istmo di Panama. Nel 1520, Magellano doppiava il Capo Horn, si avventurava sul deserto di questa nuova immensit e scopriva le Filippine. I suoi compagni fecero ritorno in Spagna passando per le isole Molucche e l'Oceano Indiano. Il giro del mondo era compiuto.
Le conseguenze di queste meravigliose scoperte si riflettono sulla vita economica dell'Europa fin dai primi anni del sedicesimo secolo. La prima fu lo spostamento del centro del commercio orientale dai porti italiani del Mediterraneo alle coste dell'Oceano Atlantico. Le spezie, che le carovane portavano dagli scali del Levante ai battelli di Genova e Venezia, ben presto non poterono sostenere pi la concorrenza - n per quantit, n per prezzo - di quelle che le navi portoghesi e spagnole andavano a prendere direttamente sui luoghi di produzione, oltre l'Equatore. L'Italia, fino a quel momento unica intermediaria dell'Europa con le Indie, cos a lungo avvolte nel mistero, si vide prosciugare per molto tempo la fonte della propria ricchezza. Il Mediterraneo perse il carattere di culla del grande commercio, di cui aveva goduto senza interruzione dall'alba della civilt, fino al giorno in cui il taglio dell'istmo di Suez (1869) ne avrebbe fatto il passaggio verso l'Oceano Indiano. Non che la Spagna e il Portogallo abbiano preso il posto che l'Italia abbandonava. N Cadice, n Lisbona furono le eredi di Venezia e di Genova. L'egemonia commerciale di cui esse avevano goduto fino a quel momento, tocc in sorte ad Anversa.
Due sono le ragioni che se ne individuano. Prima di tutto, l'importanza internazionale di un porto dipende sia dalle importazioni sia dalle esportazioni. Non basta che le navi arrivino con le mercanzie; bisogna che possano prenderne in cambio. Venezia e Genova, a sud, cos come Bruges a nord, durante il Medio Evo, avevano soddisfatto a queste condizioni, le prime, grazie all'industria delle citt italiane, la seconda, grazie a quelle delle citt dei Paesi Bassi. Inoltre, la loro situazione geografica le metteva in rapporto con l'interno dell'Europa, le cui strade confluivano verso di loro, riversandovi agevolmente i prodotti dell'hinterland. Da nessuno dei due punti di vista i porti iberici si trovavano in una situazione altrettanto favorevole. La loro posizione decentrata, insieme allo scarso sviluppo dell'industria nazionale, le escludeva dalla possibilit di richiamare una forte importazione. Infine, la modalit di commercio delle spezie e dei metalli in Portogallo e in Spagna imped che in questi paesi si formassero potenti imprese commerciali. La corona, che possedeva i fondachi e le colonie d'oltremare, ne escludeva gli stranieri e si riservava, a titolo di monopolio, la maggior parte degli arrivi. I suoi agenti erano incaricati della vendita, ma per renderla pi pronta e facile, si ebbe cura di allontanarne quegli stessi stranieri ai quali veniva interdetto l'accesso ai luoghi di produzione. Cos, dall'inizio del sedicesimo secolo, i mercanti capitalisti d'Anversa mantengono a Cadice, e soprattutto a Lisbona, "agenti" incaricati di acquistare le preziose derrate. Il porto dell'Escaut si trasforma cos nel grande deposito internazionale delle spezie. Soltanto qui esse diventano materie di scambi commerciali ed entrano in circolazione. L'importanza economica di Anversa, lo si  gi visto, precede il periodo delle scoperte. Ma l'afflusso delle ricchezze dalle Indie e dal Nuovo Mondo segna per lei il punto di partenza di una straordinaria prosperit, che supera ben presto quella di Venezia, all'epoca del suo massimo splendore. Non c' stato porto, in nessun'epoca, che abbia goduto di un'importanza altrettanto universale, perch nessuno  mai stato altrettanto aperto a tutti, e, nel senso pi pieno del termine, altrettanto cosmopolita. Anversa rimane fedele alla libert che, gi nel quindicesimo secolo, aveva fatto il successo delle sue fiere. Da tutte le parti attira e accoglie capitalisti ai quali, via via che ne aumenta il numero, offre sempre pi occasioni di fare fortuna. Tedeschi, Inglesi, Francesi, Portoghesi, Spagnoli, Italiani, tutti vi si precipitano e non c' istituto bancario o commerciale di una certa importanza che non vi sia rappresentato. La pi grande potenza finanziaria del sedicesimo secolo, quella dei Fugger, ha sede ad Augusta, ma  la sua succursale di Anversa a farle realizzare i guadagni pi brillanti. Questo punto d'incontro di imprenditori, di mercanti, di marinai e di avventurieri, diventa il centro del mondo degli affari. Non si potrebbe immaginare contrasto pi stridente e pi totale con l'organizzazione economica del Medio Evo. A Venezia, gli "ambulanti" non potevano comperare che dai Veneziani; a Bruges, dovevano servirsi di un mediatore appartenente alla borghesia. Qui, niente di tutto ci. Nessuna sorveglianza, nessun controllo; gli stranieri trafficano liberamente tanto tra loro quanto con i borghesi e la gente del paese. Nei loro incontri quotidiani, domanda e offerta si cercano e si incontrano senza intermediari. Nel momento stesso in cui la speculazione incomincia a fare le prime vittime si stabiliscono i prezzi, si instaurano i procedimenti di credito delle compagnie commerciali. Dal 1531, tutto questo movimento si concentra e si sviluppa senza difficolt sotto le gallerie di uno speciale edificio costruito a spese della citt, la Borsa, precursore e modello delle future borse di Londra e di Amsterdam.
Le grandi guerre dell'inizio del sedicesimo secolo diedero nuovo incentivo allo spirito capitalista. Soprattutto Carlo V, al quale gli immensi Stati su cui regna forniscono risorse eccezionalmente sproporzionate alla sua potenza, fu, per i finanzieri, un cliente straordinario. Si pu affermare che senza lo slancio preso dal capitalismo, il suo regno, che ha mosso tante armate e tante flotte, sarebbe stato impossibile. Del resto, i profitti che i banchieri ne hanno tratto sono stati pari ai servigi che gli hanno reso. La prosperit dei Paesi Bassi sostenne in gran parte il credito dell'imperatore e gli permise di rimborsare i creditori nonostante un tasso d'interesse che andava dal 12 al 50 per cento.  alle somme che gli hanno anticipato che i Fugger devono, in gran parte, la loro fortuna. Ma la facilit con cui i principi ricorrevano al prestito e l'attrattiva che il guadagno esercitava sui banchieri non tardarono a trascinare questi ultimi oltre i limiti della prudenza. Le bancarotte di Filippo secondo, nel 1575 e nel 1596, misero fine all'alleanza tra capitalismo privato e politica monarchica.
Ma in quel momento, un'altra fonte di guadagno veniva a offrirsi alla sete dei finanzieri. All'incirca verso il 1550, le miniere d'argento del Per e del Messico incominciarono a rifornire la Spagna di lingotti che ben presto si sparsero a fiumi per tutta Europa, sotto forma di monete. Questa inondazione di metalli preziosi, riducendo il valore d'acquisto del contante, ebbe come conseguenza un rialzo generale dei prezzi. Il commercio, e soprattutto l'industria, ne ricevettero un potente impulso e un motivo in pi per affrancarsi dal controllo insopportabile delle corporazioni di mestieri. La manifattura, vale a dire quella forma di produzione dove il lavoro a domicilio viene salariato e diretto da un imprenditore, dalla met del sedicesimo secolo, divenne la forma per eccellenza dell'organizzazione industriale, fino al momento in cui nasce la fabbrica moderna, di cui, del resto, si pu gi trovare, qua e l, in quest'epoca, qualche esempio precoce.
Per quanto potente sia stato lo sviluppo del capitalismo, non bisogna tuttavia esagerarne la portata. Esso si sovrappose alla vecchia organizzazione economica delle citt privilegiate; non la fece scomparire. La piccola borghesia continu a vivere al riparo delle corporazioni dei mestieri e ovunque continu ad approvvigionare il mercato locale. Fornai, macellai, falegnami, calzolai, e altri, rimasero fedeli fino alla fine dell'Ancien Rgime al protezionismo che garantiva loro lo sfruttamento della clientela cittadina. Nessun governo credette prudente o saggio ricondurli al diritto comune. Conoscevano bene i difetti del sistema che, col tempo, si andavano facendo sempre pi evidenti - conservatorismo delle procedure, aumento dei prezzi, assorbimento sempre pi grande di ogni professione nelle mani di un piccolo numero di maestri - ma il loro timore della democrazia glieli fece tollerare come il mezzo migliore per mantenere i "gregari" all'obbedienza. Si accontentarono di sopprimere a poco a poco gli ostacoli che i regolamenti municipali portavano allo slancio del commercio e della circolazione: centri commerciali, mercati, mediazioni, e cos via. Si adoperarono soprattutto per abolire i privilegi politici dei mestieri, per assicurarsi la parte del leone, o per lo meno il controllo sulle amministrazioni urbane, e nonostante certe resistenze che si manifestarono in Francia, durante i disordini della Lega, di cui si incontreranno gli ultimi sprazzi ancora nel diciottesimo secolo, vi riuscirono dappertutto. Le citt avrebbero potuto conservare intatta l'autonomia politica ed economica soltanto conservando la forza militare. Che cosa avrebbero potuto ancora, i mestieri cittadini, contro gli eserciti regolari, le antiche cinte urbane, contro l'artiglieria? Essi sopravvissero soltanto l dove, come in Germania, lo Stato era impotente. Altrove, si piegarono. I pochi tentativi di resistenza che provarono a fare qua e l, come i cittadini di Liegi contro i duchi di Borgogna, quelli di Gand contro Carlo V, quelli della Rochelle contro Francesco I, mostrarono come le loro rivendicazioni si ispirassero ancora e soltanto a un passato scomparso per sempre. La politica democratica, di cui la piccola borghesia, nel quattordicesimo  secolo, si era fatta con tanto ardore la protagonista  ormai una causa persa. Cos come il capitalismo domina nel grande commercio, lo Stato domina in politica.
Sotto l'influenza delle nuove condizioni che si impongono alla vita sociale, la concezione della borghesia si trasforma. I caratteri politici e giuridici che le avevano assegnato il posto speciale che occupava nella societ medioevale, accanto al clero e alla nobilt, vanno sempre pi attenuandosi. A partire dall'inizio del sedicesimo secolo, la borghesia si presenta soprattutto come una classe di uomini che vivono sfruttando le risorse della propria ricchezza. Il semplice lavoratore manuale, conformemente alle idee dominanti, cessa di appartenerle. Essa respinge da s gli artigiani che un tempo erano stati la sua forza. Ostenta atteggiamenti decisamente plutocratici, che, dal basso, la contrappongono alla gente modesta, mentre dall'alto, la avvicinano alla nobilt. Senza dubbio, presenta in ogni paese sfumature particolari ed  impossibile farne una descrizione che sia al tempo stesso applicabile ai Paesi Bassi, alla Francia e all'Inghilterra. Ma  sufficiente constatare che ovunque  ormai la ricchezza a esserne il segno per eccellenza. Il borghese del Medio Evo era stato privilegiato per diritto; il borghese dei Tempi Moderni  privilegiato di fatto, per la sua posizione economica.
Ma un'altra differenza ancora li separa l'uno dall'altro. Nel Medio Evo, il borghese non esiste che grazie alla sua citt e per la sua citt; il comune da cui dipende  la garanzia indispensabile della sua persona e dei suoi interessi; anche la sua esistenza, e le sue idee, sono dominate allo stesso modo dal gruppo cittadino a cui appartiene. Ormai non c' pi niente del genere. Per il borghese moderno, la citt non  altro che una residenza e un centro d'affari; essa cessa di essere il polo dei suoi affetti, delle sue idee, dei suoi interessi. Le fonti della sua fortuna sono disseminate un po' dappertutto, molto lontano dai confini della periferia comunale. Se  un fabbricante, le botteghe che dipendono da lui si trovano in campagna; se  un commerciante, i suoi corrispondenti e i suoi mercanti sono sparpagliati nei porti e nei mercati lontani; se vive di rendita, il suo denaro  investito a grande distanza in prestiti o in imprese commerciali d'ogni specie. La sua vita dipende ora da molte congiunture;  mescolata a tutta l'esistenza della nazione e ai rapporti di questa con le nazioni straniere. Deve essere tenuto al corrente di quanto accade nel mondo. Da qui, lo sviluppo della posta e ben presto quello della stampa che, agli inizi, non ha altro scopo se non quello di mettere alla portata di tutti le notizie che fino ad allora erano state trasmesse soltanto per corrispondenza privata.
La libert economica, indissolubilmente legata allo sviluppo del capitalismo, ha imposto immediatamente le proprie conseguenze al mondo dei lavoratori. Se la legislazione corporativa del Medio Evo non impediva al mastro artigiano di dominare la campagna, tuttavia imponeva un limite al suo sfruttamento. I regolamenti di mestiere fissavano i diritti dell'operaio, proteggevano il suo salario, lo garantivano contro abusi eccessivi, spesso gli fornivano aiuto in caso di malattia o di vecchiaia e talvolta gli permettevano addirittura una certa facolt d'intervento nella nomina o nel controllo dei capi della corporazione. Le "compagnie" che si formano, dal quindicesimo secolo tra i gregari di una stessa professione, non solo nella loro citt, ma anche tra pi citt o in un intero paese, creano vincoli di assistenza reciproca che si possono considerare come un rudimento di organizzazione operaia. Ma di tutto questo, non esiste traccia nel nuovo sistema della manifattura. Qui, conformemente al "diritto comune", il datore di lavoro e l'impiegato contrattano direttamente. Fra di loro non si interpone alcuna autorit, alcuna associazione. L'uno vende il proprio lavoro, l'altro lo compera e il prezzo non dipende che dalla loro "libera" volont. Ci equivale a dire che, di fatto, viene imposto al pi debole dal pi forte. Privati di qualsiasi organizzazione, sia in citt che in campagna, gli operai delle nuove industrie devono piegarsi alla legge del capitalista. Il lavoro a cottimo, che deriva dalla natura stessa del lavoro a domicilio, grazie agli accordi di ogni genere con cui  possibile delimitarlo, si presta particolarmente bene allo sfruttamento dei lavoratori. Infatti, dall'inizio del sedicesimo secolo, le prove della loro condizione disgraziata e del loro malcontento abbondano. Verso la met del secolo, il rialzo dei prezzi li esaspera ancor pi e contribuir in gran parte al successo che la propaganda, per met sociale e per met religiosa degli Anabattisti incontrer presso di loro. Quanto al governo, esso li abbandona e li ignora fintanto che non turbano l'ordine pubblico. Nonostante che un precursore come Tommaso Moro abbia potuto vagheggiare, nella sua Utopia (1516), una legislazione del lavoro a forma comunista, lo Stato e i poteri pubblici vedono e continueranno a vedere ancora per lunghi secoli quella che oggi chiameremmo la questione operaia, esclusivamente attraverso i rapporti della polizia. A ci  dovuto, dalla fine del quindicesimo secolo, l'intervento contro gli abusi della mendicit e, pi tardi, le riforme nell'ambito della beneficenza.
Anche qui, e in maniera evidente, si pu osservare quanto le trasformazioni sociali abbiano indebolito l'influenza della Chiesa. Il magnifico slancio di carit cristiana che essa aveva suscitato nel Medio Evo non risponde pi n ai bisogni n allo spirito del tempo. Infatti, in accordo con il suo ideale mistico, le innumerevoli fondazioni caritative a cui ha dato vita si limitano a soccorrere il povero, mantenendolo nella sua condizione, senza aiutarlo a uscirne. Il suo posto nella societ  segnato, e le anime pi devote lo fanno addirittura oggetto di una venerazione, che il sentimento ascetico dell'epoca spiega abbastanza bene. Ma al declinare di questo sentimento, l'aureola di santit che circondava il mendicante si dissolve. Lo si incomincia a considerare un vagabondo pericoloso per l'ordine pubblico, una sorta di fannullone di professione. D'altra parte, la legislazione dei mestieri urbani, sempre pi restrittiva, che impedisce a tanti di trovare un impiego, il licenziamento delle bande di mercenari che toglie lavoro ai vecchi soldati, verso l'inizio del quindicesimo secolo, moltiplicano il numero dei vagabondi a cui non rimane che ricorrere all'elemosina, tanto da farne una vera e propria piaga sociale. Si incomincia quindi a perseguirli senza piet, nella speranza di costringere a lavorare almeno quelli, tra loro, che sono validi. I primi regolamenti amministrativi contro la mendicit la autorizzano soltanto per i bambini, i vecchi e gli infermi, e cercano di scoraggiarla negli altri con il terrore di castighi corporali. Ma si trattava evidentemente soltanto di un palliativo. Dall'inizio del sedicesimo secolo, si cap che bisognava attaccare il male alla radice e far scomparire la mendicit, prevenendone la causa. Da qui, ad esempio, a Ypres, sotto l'influenza di Vivs, la riforma della beneficenza del 1525, che, raccogliendo le risorse di tutti gli istituti caritativi della citt, formando un corpo di assistenti dei poveri e inviando a scuola o all'apprendimento di un mestiere i bambini assistiti, cerca di estinguere il pauperismo mettendo il povero in condizioni di guadagnarsi da vivere. In tutti i paesi, da quel momento, si riscontrano tentativi analoghi. Ed  interessante notare come siano numerosi e abbiano buon esito specialmente l dove lo sviluppo del capitalismo e della manifattura consente alle opere di carit il collocamento dei propri assistiti. L'esempio dell'Olanda, e soprattutto dell'Inghilterra, a questo riguardo,  particolarmente significativo. Le leggi inglesi del 1551 e del 1562 sul lavoro dei poveri preannunciano il famoso Act for the relief of the poor del 1601, cos mirabilmente adattato alle necessit dell'industria moderna da essere rimasto in vigore nei suoi tratti essenziali fino ai nostri giorni.
Ma l'apporto della nuova societ in materia di legislazione sociale si riduce all'organizzazione della beneficenza. Essa si  limitata a costringere il povero a lavorare, non ha cercato, come avrebbero fatto le citt del Medio Evo, di regolamentare il lavoro stesso. Fino al diciannovesimo secolo, lo ha abbandonato all'autoregolazione e ci rivela assai bene il carattere capitalista di cui  ormai intriso il mondo economico.
Non ci si pu dunque stupire che, dopo la seconda met del quindicesimo secolo, insieme all'industria libera e in espansione con quella, appaia un proletariato la cui storia  ancora tutta da scrivere. A dire il vero, il Medio Evo aveva conosciuto, negli operai delle telerie per l'esportazione, in Fiandra e a Firenze, una classe di salariati la cui condizione si avvicinava molto a quella dei proletari. Ne differiva tuttavia per l'organizzazione che riceveva dal regime corporativo. Privato del regime corporativo, il proletario moderno  completamente alla merc del datore di lavoro. Non esiste appello contro di lui, n ricorrendo all'autorit pubblica, perch se ne astiene, n, in mancanza di quella, usufruendo dell'aiuto che potrebbe spontaneamente fornire l'associazione. Infatti, l'associazione dei lavoratori  vietata. Del resto, gli operai sono troppo miserabili e incolti per organizzarsi, e il potere che si disinteressa di loro protegge invece il padrone e si preoccupa di intervenire soltanto quando, non potendone pi, si mettono in sciopero. Inoltre, non bisogna dimenticare che il lavoro a domicilio, forma generalizzata dell'organizzazione industriale fino alla fine del diciottesimo secolo, favorisce a tal punto lo sfruttamento dei lavoratori da prestarsi assai male a un'intesa e a una cooperazione tra loro. Bisogna per stare attenti a non esagerare n l'importanza del proletariato n quella dell'industria libera durante i trecento anni che seguono il 1450 circa.
L'industria manifatturiera, malgrado la forma nettamente capitalista e i progressi continui che fa, anche nei paesi dove  pi evoluta, occupa ancora, nel complesso dell'attivit nazionale, un posto alquanto circoscritto.
L'industria urbana dei mestieri che, al suo fianco, continua a rifornire la maggior parte delle citt, limita in maniera particolare il mercato. Essa  nettamente in secondo piano rispetto al commercio e soprattutto all'agricoltura che, ovunque, rimane la branca essenziale della produzione.
Ma anche nell'agricoltura, che capovolgimento! Anche qui, la spinta capitalista si fa profondamente sentire. A seconda dei paesi, il risultato  quello o di affrancare il contadino, o di ripiombarlo in uno stato di servit molto pi radicale e soprattutto pi duro, rispetto all'Alto Medio Evo. Niente  pi facile a capirsi di queste conseguenze contraddittorie. Nei paesi economicamente pi avanzati, come l'Italia e i Paesi Bassi, i proprietari e i fabbricanti favoriscono sistematicamente per le stesse ragioni il lavoro libero.
Cos come le corporazioni dei mestieri intralciano l'espansione del capitalismo industriale, allo stesso modo i vecchi vincoli ereditari che legano il contadino alla terra e gli danno un diritto su di essa, intralciano quella del capitalismo fondiario. Nel quattordicesimo  secolo, i signori avevano sperato di incrementare le proprie entrate aumentando i diritti sui villani. Ora, si rendono conto di aver preso una strada sbagliata. Per quanto rigorosamente esatti e percepiti, i diritti di corv, di raccolto, la tassa di maritaggio104, il diritto al piatto migliore, e cos via, forniranno sempre e soltanto entrate mediocri e del tutto sproporzionate al valore delle terre che aumenta, grazie ai progressi del commercio e della circolazione. L'unico modo per beneficiare di questo plus-valore  il canone di affitto libero o lo sfruttamento diretto a mezzo di lavoratori liberi e salariati. Cos, fin dall'inizio del quindicesimo secolo, in Italia, si osserva che quel che resta dell'antica servit rurale dei contadini fa posto alla libert personale. Gi nel 1415, uno statuto fiorentino decreta la soppressione obbligatoria della servit della gleba e della corresponsione di canoni a titolo personale, dell'attaccamento dell'uomo alla gleba, di ogni sorta di corv, di qualsiasi condizione giuridica incompatibile con la libert personale, di qualsiasi subordinazione feudale o giudiziaria che gravi sugli individui a profitto di un altro. Nei Paesi Bassi, dal 1515, il principe continua a emettere editti che mirano ad affrancare tanto gli uomini quanto le terre. Nel 1531,  fatto divieto ai signori di esigere dai fittavoli "doni gratuiti, servizi, giornate, assistenza alle nozze", sotto pena di restituire il doppio e di essere puniti con decisione arbitrale. Nel 1520, si viet di imporre nuove decime e vennero aboliti tutti i diritti fondiari istituiti da meno di quarant'anni. Ovunque, l'affitto libero si sostituisce agli antichi vassallaggi feudali ed ereditari. L'affrancamento dei contadini  in realt l'affrancamento del proprietario che, trovandosi ormai di fronte a uomini liberi, sciolti dalla sua terra, pu disporre di questa con semplici contratti revocabili, la cui breve durata gli permette di aggiornarli facilmente all'incremento della rendita del suolo. Senza dubbio, anche qui, non bisogna esagerare la portata di questa novit. Il capitalismo, nelle campagne, non ha fatto scomparire la servit personale pi di quanto non abbia soppresso le corporazioni dei mestieri nelle citt. L'abolizione di entrambi sarebbe stata proclamata soltanto dalla Rivoluzione Francese. Ma cos come, dopo il sedicesimo secolo, i mestieri cessano di svilupparsi e vegetano, allo stesso modo quel che rimane della servit non  pi che un'usanza arcaica, una sopravvivenza, la testimonianza di un'epoca superata, che si mantiene ancora sulla propriet di qualche abbazia o nel profondo delle province pi arretrate. Ovunque si manifestino i segni della vita nuova, la servit scompare, viene eliminata come un ostacolo fastidioso.
Cos, mentre scompare la servit, e nella stessa misura, si vede perfezionarsi e progredire la tecnica agricola. Nel quindicesimo secolo, nella pianura lombarda, viene introdotta la coltura del riso; sotto il regno di Luigi undicesimo, l'allevamento del baco da seta si diffonde nella Francia meridionale. In Fiandra, la pratica dell'avvicendamento triennale delle colture viene abbandonata; la semina del maggese a trifoglio permette di non lasciar pi riposare il terreno. Altrove, lo sviluppo generale del commercio spinge i proprietari a specializzare la produzione. La Spagna e l'Inghilterra, in vista dell'esportazione della lana, sacrificano all'allevamento del montone la coltura dei cereali. Sono le greggi che, a poco a poco, hanno fatto della Castiglia quel deserto pietroso e disboscato che  divenuta, ed  per lo stesso motivo che i prati hanno sempre pi ricoperto il suolo inglese, togliendolo all'aratro e al contadino. Dal regno di Enrico sesto, il Parlamento non fa che emanare leggi di enclosure che autorizzano la conversione del suolo arabile in pascoli e confinano i fittavoli, cos estromessi, in quel proletariato dal cui seno vengono reclutati gli operai della fabbrica.
Mentre l'evoluzione capitalista, nell'Europa occidentale, tende a fare del contadino un fattore o un salariato, in Germania, gli crea una forma nuova di servit. La causa essenziale di un fenomeno tanto sorprendente a prima vista, va ricercata nell'onnipotenza e nella brutalit della nobilt alla quale i principi territoriali non osano opporre resistenza. Dall'epoca in cui, verso la fine del tredicesimo secolo, la colonizzazione di terre slave al di l dell'Elba  cessata, i nobili hanno approfittato del malessere dovuto all'eccesso di popolazione per opprimere la classe rurale. Se l'agricoltura fosse stata pi perfezionata o l'industria pi avanzata, ai contadini sarebbe stato possibile trovare sul posto risorse nuove. Ma lo scarso sviluppo economico della Germania li consegn senza difesa ai loro signori. La situazione, da quel momento, non fa che peggiorare. A ovest dell'Elba, si manifesta con una recrudescenza delle corv, delle prestazioni, di ogni forma di arbitrio. Al di l del fiume, nel Brandeburgo, in Prussia, in Slesia, in Austria, in Boemia, in Ungheria, fu spinta senza piet fino alle estreme conseguenze. I discendenti dei coloni liberi del tredicesimo secolo furono sistematicamente spogliati delle loro terre e ridotti alla condizione di servi della gleba (Leibeigene). Il grande sfruttamento divor le loro piccole propriet feudali e li ricacci in una condizione servile cos vicina alla schiavit che fu permesso di vendere la persona del servo indipendentemente dal suolo. Dalla met del sedicesimo secolo, tutta la regione a est dell'Elba e dei monti Sudeti si copre di Ritterguter sfruttati da Junker, il cui comportamento umano nei confronti degli schiavi bianchi permette di paragonarli ai piantatori delle Antille. Il negro nel Nuovo Mondo, il contadino tedesco nel Mondo Antico, sono stati, per antonomasia, le vittime del capitalismo moderno e sia gli uni che gli altri hanno dovuto attendere fino al diciannovesimo secolo l'ora dell'affrancamento. Questo  un fatto che non bisogna mai perdere di vista, quando si studia la storia moderna della Germania e dell'Austria. La schiavit del contadino sotto il nobile in queste regioni spiega molte cose.
L'espansione del capitalismo e lo sviluppo commerciale e industriale sono stati il punto di partenza di un incremento generale della popolazione analogo a quello che ha caratterizzato il dodicesimo e il tredicesimo secolo. Esso va attribuito sia alla nuova prospettiva che l'industria apr al lavoro, sia ai progressi del commercio che fecero scomparire quelle crisi alimentari di cui ancora il quattordicesimo  secolo aveva sofferto tanto dolorosamente. Ci furono ancora momenti di penuria di viveri; non ci furono pi carestie. Purtroppo  impossibile valutare con una certa precisione il numero di abitanti dell'Europa del sedicesimo secolo. Sembra di poter dire con una certa attendibilit che nelle due regioni pi popolate del tempo - Italia e Paesi Bassi - ammontasse a quaranta abitanti per chilometro quadrato. La Francia, verso il 1550, sembra contasse 18 milioni di anime. Alla stessa data, la metropoli commerciale dell'Occidente, Anversa, giunta al suo apogeo, non superava i 100.000 abitanti.
Quanto alla composizione sociale, questa popolazione offre contrasti assai pi accentuati di quella del Medioevo. La ricchezza, nell'insieme,  aumentata, ma questo incremento si  ripartito in maniera assai ineguale. Ne beneficiano esclusivamente i grandi proprietari terrieri - nobilt e chiesa - i mercanti all'ingrosso e i fabbricanti. La classe media, composta di piccoli produttori indipendenti, diventata cos numerosa nel tredicesimo secolo, e le cui agitazioni danno al quattordicesimo  un carattere cos turbolento,  in evidente regresso. Nelle citt, una legislazione protezionista e antiquata le permette di continuare a vivere senza progredire; nelle campagne, al suo posto si sostituiscono il grande sfruttamento, l'affitto libero o la servit. In compenso, la demarcazione giuridica  meno netta di una volta. Se la nobilt dei Tempi Moderni sembra, per molti aspetti, pi orgogliosa di quella del Medio Evo,  perch sente il bisogno di conservare in tal modo, nei confronti dei "nuovi ricchi", una distanza che l'affinit di ricchezze, di istruzione e di interessi potrebbe far loro dimenticare facilmente. Ma a questi parvenu  tutt'altro che difficile ottenere lettere di presentazione che permettono loro di introdursi in seno alla nobilt e di accedere allo sfarzo che le viene dalla tradizione e che la ricchezza tiene in vita. Aristocrazia e plutocrazia, ecco forse, in definitiva, le due parole che meglio caratterizzano la trasformazione sociale compiutasi all'epoca del Rinascimento.



3. Idee e costumi.

All'epoca del Rinascimento, sembra che, tra l'evoluzione intellettuale dell'Italia e quella dei paesi al nord delle Alpi, esista una differenza alquanto evidente. In Italia, il nuovo orientamento delle idee, dei costumi, del sentimento artistico inizia nel momento stesso in cui l'evoluzione economica della nazione  giunta al suo apogeo. Un'evoluzione che non si manifesta contestualmente a quello, ma in un secondo tempo e che continua a progredire mentre quello  gi in declino.  il fiore meraviglioso di tutta la civilt precedente, l'opera di pensiero e di bellezza che segue all'opera di forza. Le accade ci che  accaduto, nella Grecia antica del secolo di Pericle; Atene nel quarto secolo, Firenze alla met del quindicesimo, risplendono di una gloria che non corrisponde pi alla loro forza reale; il fulgore abbagliante che gettano sul mondo, prima di cedere il posto a successori pi vitali, ha lo splendore, ma anche la brevit di un tramonto.  nel momento stesso in cui sboccia il genio di Machiavelli, di Guicciardini, di Raffaello e di Leonardo Da Vinci che la scoperta del Nuovo Mondo svia dal Mediterraneo il corso della vita europea.
A nord delle Alpi, le cose vanno in tutt'altro modo. Qui, il Rinascimento non  un tramonto, bens un'aurora. Con esso inizia, sotto tutti gli aspetti e in tutti gli ambiti del sociale, una vita nuova che i fenomeni economici test descritti, rappresentano solo per un aspetto e di cui ora bisogna mostrare la fisionomia morale. Purtroppo, lo storico  costretto a esporre per momenti successivi ci che  accaduto contestualmente. Ma non si deve credere che sia stato il capitalismo a provocare il rinnovamento delle idee che si manifesta contemporaneamente a lui. Entrambi sono i sintomi diversi di una stessa crisi di crescenza. Ed  curioso constatare che, per l'uno come per l'altro, questa crisi si divide in due periodi corrispondenti. Quel che la scoperta del Nuovo Mondo  stata per il capitalismo, il Rinascimento italiano lo  stato per il movimento intellettuale. Quello incomincia indipendentemente da questo, ma precipita e si impone soltanto sottomettendosi al suo imperio.
Senza dubbio, verso la met del quindicesimo secolo, i sintomi di un nuovo orientamento degli spiriti, a nord delle Alpi, non sono ancora n molto numerosi n molto avvertiti. La scolastica nella scienza, lo stile gotico nelle arti, i generi tradizionali nella letteratura in lingua volgare, hanno ancora un predominio incontestabile. Il misticismo del quattordicesimo  secolo si prolunga e trova nell'Imitazione di Cristo la sua espressione pi piena. I grandi pittori fiamminghi o valloni dei Paesi Bassi, i Van Eyck, i de la Pasture, i Memling, non sono altro che i continuatori geniali di una scuola gi antica. Quando poi, verso il 1450, appare quella formidabile invenzione che  la stampa, nessuno ne prevede l'avvenire. Gutenberg non si  reso assolutamente conto della potenza futura del testo stampato. Non ha avuto altro pensiero che fornire al clero e agli studiosi manoscritti a minor prezzo. Il suo punto di vista  quello di un semplice industriale, tant' vero che gli umanisti italiani, all'inizio, hanno manifestato soltanto sdegno per una scoperta che, con il basso costo e il carattere meccanico dei suoi prodotti, sembrava svilire la maest e il fascino delle opere del pensiero.
Cos, anche in quel che di pi duraturo e di notevole l'epoca presenta, in quel che ha di pi bello e di pi potente, non si rivela una sua opposizione al passato. E tuttavia, pur essendo pi che evidente come ne sia in gran parte la continuazione, non  men vero che in una certa misura se ne allontana. Come in Italia, e prima che l'influenza dell'Italia si sia fatta sentire, la vita incomincia a sfuggire all'influenza della tradizione. La morale ascetica del Medio Evo, qui come l, perde il potere che ha sulle anime. Nel quindicesimo secolo, il rilassamento dei costumi e la predominanza degli interessi temporali non colpiscono meno l'Europa del Nord dell'Italia. Pi la civilt  avanzata, pi lo si vede chiaro. I Paesi Bassi, sotto i duchi di Borgogna, tra la Francia e l'Inghilterra, l'una sfinita dalla guerra, l'altra in preda alle discordie civili, in un clima di pace e di ricchezza, presentano uno spettacolo che ha curiose analogie con quello dell'Italia. A corte, tra l'alta nobilt, i funzionari e i capitalisti - proprietari terrieri o mercanti -  possibile rilevare un genere di vita i cui tratti principali sono proprio quelli con i quali si  soliti caratterizzare gli inizi del Rinascimento in Toscana o in Lombardia: rilassatezza generale della moralit, amore del lusso e delle feste, ricerca dell'eleganza e delle comodit nelle abitazioni private, spiccato piacere per l'abbigliamento e per i godimenti pi nobili dell'arte, diffusione dell'istruzione e dell'educazione. In seno all'aristocrazia di nascita, cos come a quella del censo, si individua chiaramente un genere di esistenza mondana che non ha pi niente a che vedere con le consuetudini della "cortesia" medioevale. Filippo il Buono, Carlo il Temerario, proteggono artisti, si circondano di pittori e musicisti, fondano una biblioteca di cui i resti, che sono giunti fino a noi, attestano lo splendore. Nel 1465, il signore della Gruuthuse si fa costruire a Bruges, un palazzo spazioso, bello, abitazione comoda e ampia di un gran signore che  al tempo stesso un appassionato di libri e il protettore di Colard Mansin, colui che ha appena introdotto in citt l'arte della stampa. Il cancelliere Roling, il tesoriere Bladelin, commissionano quadri a Van Eyck e a de la Pasture. Basta ricordare gli incantevoli paesaggi che hanno certamente contribuito al successo della scuola di pittura belga nel quindicesimo secolo, per convincersi di come la scoperta della natura non sia affatto, in quest'epoca, una prerogativa esclusivamente italiana. Lo stesso si pu dire della scoperta dell'uomo. Il ritratto  altrettanto veridico e viene trattato con altrettanta minuziosit dal pennello di Van Eyck e di de la Pasture quanto dalla penna di Chastellain e di Cominnes. E credo di poter affermare che con questi ultimi due autori, ha inizio la stampa moderna, che nell'uno si sforza di ornarsi, ancorch in maniera assai goffa, delle attrattive dello stile, e nell'altro si nutre di un pensiero cos forte da non poter trovare l'uguale ai suoi Mmoires se non nel Principe di Machiavelli.
Questa "mondanit" di costumi e di pensiero, che vediamo gravitare intorno alla corte di Borgogna, si incontra, bench in grado minore, anche in Francia e in Inghilterra. Non sorprende forse che la prima amante di un re di Francia di cui la storia abbia conservato il nome sia Agns Sorel? Non si penser certo che i sovrani del Medio Evo non abbiano avuto amanti. Edoardo I assegna un feudo con l'obbligo custodendi Domino Regi sex damisellas scil., meretrices ad usum Domini Regis105. Ma con Agns, la favorita del re si mostra in pubblico ed  diventata altra cosa da una meretrix. Ammetto che non sia l'indizio di un progresso dei costumi, ma  indubbiamente la prova che la loro dissolutezza va di pari passo con il loro raffinarsi. In Inghilterra, il duca di Gloucester (marito di Jacqueline), d scandalo per la galanteria dei costumi, ma si conquista anche l'ammirazione dei letterati per la biblioteca che ha lasciato in eredit a Beford. Si tratta delle prime manifestazioni di una "galanteria" che  quanto di pi contrastante possa esistere rispetto alla cortesia del Medio Evo. Non bisogna dimenticare neanche l'aumento del lusso della corte, che spiega in parte la fortuna di Jacques Coeur. Tenete inoltre presente che i palazzi privati - Gruuthuse a Bruges, Palazzo Coeur a Bourges, Palazzo Bourgtheroulde a Rouen - sono del quindicesimo secolo, e che prima non se ne trovano. L'amore del lusso ha contribuito senza dubbio alla diffusione di quella venalit, che tanto colpisce nelle usanze politiche, per convincersi della quale basta leggere Cominnes. Ma questo lusso, lo si  visto dai dipinti, non  puramente materiale. Si estende all'arte e alla letteratura. Credo che il quindicesimo secolo possa essere considerato l'epoca in cui i laici hanno incominciato a leggere.  interessante chiedersi che cosa abbiano letto. Di che cosa  fatta la letteratura in lingua volgare? Quali sono i primi libri stampati? Quando Caxton apre una stamperia a Londra, la sua clientela, fatta soprattutto di nobili, tra i quali si incontra per anche un merciaio della citt, gli chiede traduzioni dal francese e dal latino. Lui stesso traduce l'Eneide. Pensa soprattutto a fornire letture ai noble men. Naturalmente, dall'Antichit viene soltanto una parte delle letture del tempo. Si legge tutto, senza scelta, ma con avidit. L'antica letteratura eroica si trasforma in semplici romanzi. Si divorano alla rinfusa Operette Morali, la Leggenda aurea, i Detti dei filosofi, l'Ordre de Chevalerie, e cos via. La stampa non ha creato il gusto per la lettura, che le  anteriore, ma ne ha affrettato la diffusione. Sarebbe forse troppo dire che, per la prima volta dai tempi di Carlomagno, i nobili ricominciano a leggere? Ma la grande differenza con i tempi di Carlomagno e del Medio Evo  che la cultura che in tal modo acquistano  puramente laica. La Chiesa non vi partecipa in alcun modo. Evidentemente, nel mondo si sveglia l'interesse per le cose intellettuali. Edoardo quarto si appassiona alla traduzione di Cicerone fatta da Caxton, e quella dell'Ordre de Chevalerie viene dedicata a Riccardo terzo. In Francia, Luigi undicesimo appoggia gli esordi della stampa. I duchi di Borgogna e Margherita di York, come pure il conte Rivers, la duchessa Margherita di Somerset e molti altri, sono veri e propri mecenati.
Non si pu dubitare che in tutto questo sia presente una sete di apprendere che cerca di saziarsi, un risveglio - inconscio, lo ammetto, ma comunque un risveglio - della curiosit che vuole vedere al di l dei limiti troppo angusti dove le tradizioni di casta e quelle di religione li hanno fino a quel momento rinchiusi. Nel quattordicesimo  secolo, Maerlant non aveva trovato adatte da dare ai laici altro che le opere dei "chierici". Ora queste vengono abbandonate. Tutta la letteratura laica rimane al di fuori dalla Chiesa. E del resto,  pi feconda di quella. Solo i retorici ricercano l'arte.
Quel che a me sembra fondamentale  il fatto che si forma un pubblico per la letteratura e un pubblico per l'arte. Gli artisti intorno a cui si riunisce sono grandi artisti. Gli scrittori, invece, sono quasi tutti di terz'ordine e credo che ci lo si possa spiegare, per quanto  dato spiegare gli eventi letterari. Il fatto  che tutti i generi tradizionali sono morti. Ci si trova di fronte a una letteratura inaridita, come alla fine del diciottesimo secolo, una letteratura che sopravvive a se stessa. Si sarebbe rinnovata da sola? Chi pu dirlo? In tutti i casi, l'impulso  venuto dall'esterno, potente, irresistibile, dall'Italia. Tutto  stato importato, e anche l'arte si  piegata alla moda e ha incominciato a italianizzarsi. Fenomeno analogo al Romanticismo, all'inizio del diciannovesimo  secolo.
Il Rinascimento incomincia a imporsi alla fine del quindicesimo secolo. All'inizio, in tutte le arti - salvo che nella musica - dove appare come un fenomeno essenzialmente italiano e non antico; come l'invasione del Gotico, in Europa, era stato un fenomeno essenzialmente francese. Ma si noti un fatto sintomatico. Il Gotico si  diffuso fuori della Francia, attraverso la Chiesa. Qui, al contrario, l'arte italiana del Rinascimento si diffonde attraverso le arti profane e solo alla fine penetra nella Chiesa. Sono i grandi e i re a favorirlo. Francesco primo fa venire a corte Leonardo da Vinci. Guglielmo di Clves e Margherita d'Austria lo rendono di moda nei Paesi Bassi. In Francia, le prime costruzioni nel nuovo stile non sono forse i castelli della Loira? Insomma, le origini della nuova tendenza del gusto sono completamente profane e mondane.
Le cose non vanno allo stesso modo per quanto riguarda l'influenza intellettuale, che poteva esercitarsi soltanto tramite il latino e che, a differenza della prima,  pi antica che italiana. Il New learning, come dicono gli Inglesi,  un ritorno diretto all'antico, evidentemente provocato dall'esempio degli umanisti, ma che non si subordina ad essi. Certo, a nord ci sono stati umanisti, poeti, soprattutto, come Pierre Gilles e l'autore dei Basia, Jean Second, di cui il Certamen poeticum Haftianum di Amsterdam tramanda fino a oggi la discendenza diretta. Longolius, de Malines, appartengono alla stessa scuola. Ma i grandi no. Non Roechlin in Germania, n Colet e Tommaso Moro in Inghilterra, non il pi grande di tutti, Erasmo. Su di loro l'Antichit non interviene tanto attraverso la forma, quanto come mezzo per liberare il pensiero che affranca dalla tradizione scolastica non solo grazie alla lingua classica che essi immediatamente adottano, ma grazie al punto di vista nuovo nel quale si pongono. Il Miles Christianus di Erasmo pu essere citato qui come loro testo programmatico. E che cosa ne emerge ancora? Lo spirito laico! Non lo spirito antireligioso, tutt'altro. Ma la religione viene considerata come un incitamento alla morale per l'uomo onesto. L'ideale non  pi l'ascetismo, ma la vita civile con tutti i suoi doveri. Prima, veniva considerata un accessorio, quasi una concessione; e invece, diventa l'essenziale. Da qui, la lotta - fatta di ironia in Erasmo e di ingiurie in Ulrich von Hutten - contro i monaci e i magistri nostri (Epistolae obscurorum virorum, 1515). Ma da qui, anche, tutto un piano di riforme in previsione dell'avvenire, e soprattutto di riforme pedagogiche che istituiranno nuove scuole al posto delle scuole del clero, dove i giovani saranno educati nel culto delle belle lettere e dove la "cortesia" trover il suo posto in un'educazione che non deve preparare al chiostro, bens alla vita. Gli Adagia di Erasmo, apparsi nel 1500, esercitano un'influenza pedagogica che non si pu paragonare ad altro che a quella dell'Emile di Jean-Jacques Rousseau. Per la prima volta, con il Rinascimento, la scuola appare in qualche modo destinata alla cultura dello spirito. Si pu dire che  alla concezione che se ne sono fatta gli umanisti del nord che si ricollega tutta l'organizzazione dell'insegnamento fino ai nostri giorni. Lo scopo  il libero sviluppo della personalit. E da qui evidentemente, nasce la lotta contro i metodi e l'ascetismo della Chiesa, che finalmente e logicamente deve concludersi col "fais ce que voudras" dell'abbazia di Thlme. Tommaso Moro, come pure Erasmo, si pronunciano contro il monachesimo, l'ascetismo, il celibato dei preti, il culto delle reliquie e, va detto, tendono a trasformare il cristianesimo in una philosophia evangelica. Ma vanno ancora pi lontano. Non intendono cambiare soltanto la tradizione ecclesiastica, ma tutta la tradizione sociale, e se si possono paragonare gli Adagia con l'Emile altrettanto  possibile farlo con il Moriae encomium (Elogio della Pazzia) e l'Utopia rispetto al Contratto sociale. Evidentemente, lo spirito del Rinascimento, a nord,  rivoluzionario, ma lo  solo di nome, e si limita a manifestarsi con attriti di cui il Gargantua di Rabelais  in qualche modo la sintesi. Gargantua muove guerra soltanto alla Chiesa. Governa lo Stato, e attende il successo della propria visione dal progresso dei lumi.
Anche tutte le potenze sociali esaltano gli umanisti come hanno fatto con i filosofi prima della Rivoluzione francese. Senza dubbio, nell'Utopia (1516) dove Moro addita loro una societ fondata sulla tolleranza religiosa, dove l'istruzione  generalizzata, dove esistono comunione di beni e lavoro obbligatorio, non vedono altro che un esercizio mentale. Prendono in considerazione soltanto gli strali lanciati contro i monaci e gli scolastici. Sono loro a fare il prodigioso successo del Moriae encomium (1509), il libro pi letto del tempo. Perch stupirsi? Moro, al pari di Erasmo, non proclamava forse la superiorit della vita del secolo su quella del chiostro? Il loro ottimismo li induce a credere in una trasformazione del mondo. Vivs, non vuole forse che si metta nelle mani degli studenti l'Utopia, insieme ai Colloquia. Se i governi, anzi, addirittura i papi e i re, li applaudono insieme a tutti gli alti funzionari,  perch si guardano bene dal parlare di politica. Il loro atteggiamento  esattamente quello di Voltaire. Per il trionfo dei lumi, essi hanno bisogno di un governo forte, di un'autorit superiore ai partiti, come alla Chiesa. Al pari di tutti gli intellettuali, senza dirlo, sono per il "despota intelligente". La rivoluzione che sognano deve farsi dall'alto, perch la aspettano essenzialmente dalla scienza, dalla ragione. Naturalmente, vogliono estenderne i benefici a tutti gli uomini, ma bisogna incominciare dal vertice, e, quanto ai mezzi di esecuzione, si appoggiano all'aristocrazia sociale per arrivare a formare un'aristocrazia dell'intelletto. Nel 1517, Gerome Busleyden, su consiglio di Erasmo, fonda a Lovanio il "Collegio delle Tre Lingue", il cui scopo  di applicare, attraverso la conoscenza delle tre lingue correnti (latino, greco, ebraico), il metodo filologico alle Sacre Scritture al di fuori di qualunque teologia positiva. Poco dopo, Francesco primo fonda il "Collegio di Francia", di cui dota la citt di Parigi. Allo stesso scopo, Wolsey fonda a Oxford il "Cardinal College" (pi tardi "Christ Church"). Enrico ottavo protegge gli ellenisti e gli innovatori, come Francesco primo in Francia. Quando, nel 1514, scoppia il conflitto di Roechlin con l'Universit di Colonia, a proposito dell'opinione espressa da Roma sui libri sacri degli Ebrei, l'imperatore, il cardinal-vescovo di Gurk, l'elettore di Sassonia, il duca di Baviera, il marchese di Bade, si schierano in favore di Roechlin e il papa, che impone il silenzio a Colonia, con ci lascia vedere abbastanza chiaramente la propria tendenza. Per quanto i Domenicani si agitino e gridino all'eresia, gli si risponde soltanto con l'indifferenza. L'immenso edificio scolastico sembra sul punto di essere raso al suolo come tanti castelli gotici che vengono costruiti nello stile del momento. Regge bene soltanto la Spagna, dove il Rinascimento non tocca altro che la forma, e lascia sussistere lo spirito cattolico.
Altrove, ovunque, nei vent'anni che vanno dalla fine del quindicesimo secolo alla comparsa del protestantesimo106 sembra che stia per nascere un nuovo mondo. Tutto ci che  forte, e giovane, e vigoroso si rivolta contro il passato. Forse mai le autorit sociali hanno tanto unanimemente assecondato un movimento di idee. Sembra che tra loro non esistano pi conservatori. Tutto spinge nella stessa direzione: il potere, il mondo, la moda, gli uomini politici, le donne, gli artisti, gli umanisti.  una febbre, una gioia, una fiducia senza limiti.  l'affrancamento dall'autorit, lo spaziare del pensiero, la scomparsa del monopolio della scienza e il suo mettersi alla portata della societ. E questa scienza che fluisce dalla pura Antichit  tanto pi seducente in quanto si presenta con la bellezza e si confonde, per cos dire, con essa.
Questa specie di patriottismo romano, che ha dato la sua parte di contributo al successo del Rinascimento in Italia, a nord non esiste. Qui, l'Antichit,  pi semplicemente considerata in s, come fonte di bellezza e di saggezza. Forse meno amata, qui ispira pi rispetto. E anche, se ne avverte meglio la forza liberatrice, perch la scolastica, in Italia, non aveva avuto un potere tanto grande come al di qua delle Alpi. Perci, in Francia, in Inghilterra, in Germania  molto pi aggressiva che in Italia. Appropriandosi del latino classico, gli umanisti del sud vogliono soltanto prolungare gli antichi; quelli del nord sono felici di indicare con ci la rottura con i magistri nostri. Per loro, la barbarie che rimproverano a torto al latino universitario e scolastico - dimenticando che si tratta di una lingua scientifica artificiosa e perfettamente appropriata allo scopo - tradisce la barbarie, la grossolanit, l'assurdit delle idee che esprime. Essi per non si impegnano ad attaccare la filosofia del Medio Evo; si limitano a disprezzarla. Per loro,  tutto da rifare. Bisogna ricostruire la teologia partendo dallo studio dei testi sacri. La grande opera di Erasmo  un'edizione greca del Nuovo Testamento con traduzione latina e parafrasi. Quanto alla morale, deve essere rielaborata sulla base cristiana e adattata alle necessit della vita laica.
Quando si parla del razionalismo del Rinascimento, bisogna intendersi. Esso non si  spinto oltre i limiti del buon senso. La libert di pensiero che rivendica per l'uomo si arresta di fronte ai grandi problemi religiosi e filosofici. Il suo punto di vista  tutto umano e terreno. Non si pone l'interrogativo sul destino, n quello sull'origine del mondo, e accetta le idee cristiane. La sua filosofia non va oltre l'ambito della morale pratica e della politica e i luoghi comuni degli antichi in queste materie gli sembrano l'ultima parola della saggezza. Oltre al mondo visibile,  pronto ad ammettere l'esistenza di forze misteriose e demoniache.  abbastanza curioso notare come esso coincida con una recrudescenza delle pratiche magiche, e come abbia visto senza protestare l'esordio di quegli abominevoli processi alla stregoneria che non bisogna mai perdere di vista, se si vuole valutare esattamente la mentalit dei Tempi Moderni.
Il suo apporto, non  dunque in termini di libero pensiero, nel senso attuale del termine, bens di quello che si potrebbe chiamare un liberalismo intellettuale e morale. Ora, chi dice liberalismo, dice individualismo e senza dubbio una delle conseguenze pi certe del Rinascimento  di aver sostituito alla concezione sociale del Medio Evo - dove il mondo appare come una gerarchia di classi nettamente distinte, ciascuna con una propria funzione, propri diritti e propri doveri - l'idea che il valore e la reputazione sono cose puramente personali, che appartengono a ciascuno non in virt del rango, ma in virt del merito.  molto interessante osservare che in questo, il Rinascimento situa sulla terra ci che la Chiesa aveva riservato al cielo. Infatti, se la Chiesa riconosceva e approvava l'ineguaglianza, risultato dei rapporti terreni, in compenso, fa dipendere la salvezza esclusivamente dal merito personale, tanto che l'individuo, quale che sia il rango che ha occupato quaggi, trover, di fronte alla giustizia divina e nella vita eterna, ci di cui  degno. Forse questa osservazione andava fatta. Non dimostra infatti in maniera sorprendente l'ispirazione essenzialmente laica e mondana che anima il Rinascimento?
Ma notiamo anche che il liberalismo del Rinascimento  un liberalismo aristocratico. Esso non proclama affatto i diritti dell'uomo, ma semplicemente i diritti degli uomini, come dice Rabelais, "liberi, ben nati, ben istruiti, che conversano in compagnie oneste"107. In breve, il suo ideale  il vir bonus dicendi peritus dell'Antichit; sar il "galantuomo", il gentleman dei Tempi Moderni! Considera assurdi i privilegi della nascita, ma rivendica con maggiore forza i privilegi della cultura dello spirito. In ci il suo punto di vista si avvicina abbastanza sensibilmente, a quello antico. In questo senso, il discorso di Rousseau sulle arti e le lettere che distruggono l'uguaglianza,  la stessa protesta contro la societ quale l'ha forgiata il Rinascimento. Esso ristabilisce tra il letterato e l'analfabeta la stessa contrapposizione che esisteva tra l'uomo libero e lo schiavo. Senza dubbio, esso  in gran parte responsabile dell'indifferenza per la sorte delle classi popolari che caratterizza i Tempi Moderni. Le idee morali vi hanno certamente avuto tanta parte quanto gli interessi economici dei proprietari terrieri e dei capitalisti.
A guardare le cose dall'alto,  certo che la societ, quale si  sviluppata dagli inizi del sedicesimo secolo, sotto l'influenza del Rinascimento, presenta uno spettacolo meno grandioso di quello del Medio Evo, dominato, istruito, ispirato dalla Chiesa, con la sua gerarchia di classi che si ripartiscono il lavoro sociale, che subordinano l'individuo alla comunit di cui  membro, comunit che si ispirano tutte alla stessa fede religiosa e allo stesso ideale cristiano. E invece, che cosa  successo? L'incessante lavoro della vita aveva minato le fondamenta del maestoso edificio; alla fine del quattordicesimo  secolo, esso pendeva da tutte le parti e il Rinascimento non ha fatto che affrettare la sua inevitabile rovina. D'altra parte, l'unit organica che far difetto al mondo moderno sar compensata dal movimento prodigioso che l'affrancamento del pensiero e dell'azione provoca e sostiene. Per apprezzare al giusto modo il Rinascimento non bisogna dimenticare che, per tre secoli, l'arte e la letteratura di tutti i popoli si sono sviluppate nella direzione in cui esso si  impegnato.  al Rinascimento che si arriva, risalendone il corso. Si potrebbe paragonare la nostra civilt a un fiume navigabile solo dal punto dove l'affluente dell'Antichit  venuto a mescolare le proprie acque alle sue. Senza dubbio, il fiume viene da molto pi lontano, ma le sue zone a monte ci sono difficilmente accessibili; bisogna fare uno sforzo per impegnarvisi e familiarizzarsi con il loro aspetto, per comprenderlo.  appena un secolo che il Medio Evo ha cessato di essere oggetto di disprezzo. Ma nonostante la reazione che si  operata in suo favore, esso  troppo lontano da noi perch noi possiamo sentirlo parte della nostra vita in modo veramente intimo. Il pi delle volte, il neo-gotico108 non  che la forma ostentata da idee e tendenze che sono in realt molto moderne. Il Rinascimento, invece, ci circonda ancora da tutte le parti. Solo ieri i mobili del Rinascimento hanno incominciato a scomparire dai nostri appartamenti. Malgrado l'ammirevole vigore dell'arte contemporanea, gli Stati continuano a tenere in vita Scuole Romane e i nostri atenei, i nostri licei, i nostri ginnasi non sono che il prolungamento delle scuole latine del sedicesimo secolo.  ancora dal Rinascimento che data lo sviluppo delle scienze; a lungo senza influenza sulla storia, esse hanno accumulato in silenzio quelle conoscenze nuove di cui la fine del diciottesimoi secolo avrebbe visto concretizzarsi le scoperte che dovevano rinnovare il pensiero con la conoscenza della natura e centuplicare, grazie al progresso della tecnica, il rendimento dello sforzo umano.
Per il resto, il Rinascimento  ben lungi dall'aver agito sulla civilt con tanta forza quanto i suoi primi anni sembrano annunciare. Un'altra forza pi potente, la Riforma religiosa,  venuta a scontrarsi con lui proprio nel momento in cui esso incominciava a determinare la direzione degli spiriti, ed  la loro duplice azione, talvolta combinata, pi spesso contrapposta, che ha segnato i destini del mondo moderno.



CAPITOLO SECONDO La Riforma.

1. Il Luteranesimo.

La vittoria del papa sui concili aveva conservato alla Chiesa la costituzione monarchica, ma non poteva restituire - e non aveva restituito - alla Santa Sede l'egemonia europea persa dopo Bonifacio ottavo. Per quanto Pio secondo ricordasse solennemente (1460) ai principi cattolici la loro subordinazione al sommo pontefice, essi sapevano benissimo come questa pretesa non corrispondesse pi alla realt per pensare che fosse utile sollevare proteste. Se il papa ottenne da Luigi undicesimo il ritiro della Prammatica Sanzione, ci soddisfece soltanto il suo amor proprio. Il re, a cui questa condiscendenza valse il titolo di "re cristianissimo" fu felice di venire liberato dalle garanzie di cui la Prammatica circondava le elezioni episcopali e si affrett ad approfittare della loro eliminazione per asservire pi rigorosamente a s il clero di Francia. In Inghilterra, in Spagna, negli Stati borgognoni, insomma, dovunque il potere monarchico  potente, Roma non pu impedirgli di disporre a suo piacimento delle pi alte cariche ecclesiastiche e si accontenta dei segni di deferenza che esso le prodiga, a patto che lo lasci agire a modo suo. Il prestigio della Chiesa  in tale declino che le sue esortazioni a impugnare le armi contro i Turchi vengono appena ascoltate. Senza dubbio, la deplorevole impotenza di cui l'Europa ha dato prova di fronte a questi barbari si spiega soprattutto con le rivalit, le gelosie, gli interessi divergenti degli Stati, ma non ci si pu impedire di vedere in essa anche il risultato della sua indifferenza per il capo della Chiesa. Alla voce di Urbano sesto, la cristianit si era levata con entusiasmo contro i Musulmani della Siria che non la minacciavano; a quella di Pio secondo, nonostante l'imminenza del pericolo,  rimasta impassibile; non si  commossa alla vista del successore di Pietro ridotto a prendere personalmente la croce e a spirare di dolore e di fatica ad Ancona, al momento di imbarcarsi per la guerra santa (1463) sulla flotta veneziana che alla notizia della sua morte, si affrett a tornare sui propri passi.
Il papato  ormai una potenza politica soltanto in Italia, e anche qui  di gran lunga inferiore a Venezia, al re di Napoli, ai Medici e agli Sforza. Per resistere,  costretto a distrarre a vantaggio del potere temporale buona parte delle risorse che trae dalla cristianit; al punto che il suo primato spirituale sul mondo cattolico sembra a volte subordinarsi ai suoi interessi territoriali. Spesso sembra che nel papa, il principe prevalga sul sommo pontefice, e ci a maggior ragione per il fatto che la tiara viene ormai accordata soltanto a Italiani; Adriano sesto (1521-1523) sar l'ultimo dei papi ultramontani. Italianizzandosi, il papato sfugge in qualche modo all'ingerenza delle grandi potenze, alle quali per diventa anche pi estraneo, mentre assorbe al tempo stesso un carattere nazionale che mal si adatta alla sua missione ecumenica. Non c' da stupirsi che, in queste circostanze, il nepotismo faccia progressi spaventosi in seno alla Curia. Ogni papa approfitta dell'innalzamento al soglio pontificio per assicurare l'avvenire alla propria famiglia e alla propria politica, introducendo nel Sacro Collegio parenti nel maggior numero possibile, senza altrimenti preoccuparsi della loro capacit o della moralit dei loro costumi. Gi i cardinali d'Avignone avevano afflitto molte anime devote. Che dire di quelli del sedicesimo secolo! Hanno dato scandalo anche in questo mondo del Rinascimento, che pure  abituato all'estrema dissolutezza della vita delle corti. Bisogna risalire al decimo secolo, all'epoca di Teodoro, di Marozia e di Giovanni dodicesimo, per ritrovare un disordine morale paragonabile a quello di cui Roma d spettacolo sotto il pontificato di Alessandro sesto (1492-1503), di Giulio secondo e di Leone decimo. Ma nel decimo secolo, la brutalit feudale forniva ancora alla Chiesa una scusa che, alla fine del quindicesimo, essa non pu invocare a proprio favore. Si pensi all'impressione che un credente doveva riportare della capitale del mondo cristiano, in un'epoca (1490) in cui vi si contavano 6800 cortigiane, dove i papi e i cardinali presentavano in pubblico le proprie amanti, riconoscevano i propri figli illegittimi e li arricchivano a spese della Chiesa. Che un Borgia abbia potuto sedere sul soglio di San Pietro  veramente troppo! Fa soffrire l'eccessivo contrasto fra quello che il papato  e quello che dovrebbe essere, e si vorrebbe trovare una maggiore sincerit religiosa nei protettori di Bramante, di Raffaello e di Michelangelo. Per quanto splendido sia il Rinascimento a Roma, ha qualcosa di sconvolgente; la veste che ha imposto alla metropoli del mondo cattolico la rende troppo estranea alla Roma dei grandi papi del Medio Evo. I successori di un Innocenzo terzo e di un Bonifacio ottavo sono cos intrisi dello spirito nuovo da non rispettare pi la tradizione a cui devono tuttavia quel poco di ascendente sul mondo che gli rimane. Sembra quasi che la Chiesa, per loro, non sia pi che un mezzo per affermare la grandezza personale e che tanti monumenti e tante opere d'arte siano destinati a esaltare molto pi la loro gloria che non quella del Cristo.
La Chiesa non adempie alla propria missione religiosa meglio del papato. Scontenta o scoraggiata per il fallimento dei concili, si lascia andare all'apatia e si adatta agli abusi e alla rilassatezza che sembrano trovare giustificazione nel loro stesso perdurare. L'alto clero, quasi interamente reclutato fra i protetti della Curia e delle corti principesche, appartiene interamente al secolo. Un gran numero di vescovi riceve l'ordinazione, se la riceve, soltanto al momento di occupare la carica, e si tratta chiaramente di una formalit che, come attestano i costumi della maggior parte di loro, non li imbarazza minimamente. Alcuni, conquistati dalle mode, si piccano di umanesimo e si vantano di patrocinare le arti. Altri, dediti alla politica, risiedono pi a corte che nelle diocesi. Quasi tutti conducono una vita comoda e spensierata, vanno a caccia, bevono e si divertono. Naturalmente, i capitoli non funzionano meglio. In linea di massima, le loro prebende sono riservate a cadetti di famiglia, molti dei quali non prendono neanche gli ordini, non portano l'abito talare, assistono a mala pena alle funzioni e mantengono pubblicamente concubine. I parroci si accontentano il pi delle volte di percepire dalla loro curia entrate che fanno amministrare a un cappellano, che dispone del minimo indispensabile, e che sopravvive a stento, disprezzato dai parrocchiani a causa della sua miseria e costretto, per vivere, a far soldi da tutto e a sfruttare senza scrupoli nascite, matrimoni e decessi. Per quel che riguarda i monasteri, lo stato di decadenza in cui versano  tanto pi deplorevole in quanto si ha il diritto di pretendere da loro pi fervore, pi austerit e pi sapere. All'inizio del sedicesimo secolo, si pu dire che vegetano tutti nel loro trantran e nell'applicazione meccanica delle regole. Le anime veramente devote, che vanno ancora a cercarvi rifugio, si trovano a disagio tra confratelli completamente sprovvisti di un ideale, che al chiostro chiedono semplicemente una vita tranquilla, comoda e protetta.
Solo i Domenicani sviluppano ancora una certa attivit. Ma poich l'opera della scolastica si  conclusa, l'unico ambito che rimane ancora da sfruttare  quello dell'inquisizione, e, in mancanza di eresie da combattere, coltivano con grande slancio la demonologia. Nel 1487, due di loro pubblicano a Strasburgo il Malleus Maleficarum, odioso trattato sulle malefatte e sulle turpitudini delle streghe.
Un simile clero doveva disgustare l'opinione pubblica. Troppo stridente era il contrasto tra la sua condotta e la considerazione che reclamava, tra i privilegi di cui godeva e le rendite che percepiva. L'aristocrazia lo disprezz per la grossolanit e l'ignoranza di cui dava prova; i borghesi si indignarono per le immunit finanziarie o giudiziarie di cui usufruiva. Gi i governi incominciano a prendere provvedimenti contro l'aumento della manomorta e l'intervento dei tribunali ecclesiastici in materia civile.
Eppure, la fede rimane intatta. Dal dodicesimo secolo, sembra che mai il numero degli eretici sia stato tanto scarso quanto durante i cinquant'anni che hanno preceduto la nascita del protestantesimo. Il movimento di Wycliffe in Inghilterra, l'hussitismo in Boemia, sono pressoch estinti. Ma proprio questo  una prova della tiepidezza delle anime. Nessuno abbandona la Chiesa, nessuno pensa di farlo, ma la religione  diventata pi che altro un'abitudine, una regola di vita di cui si osservano i rituali, assai pi che lo spirito. Questa  la ragione del successo delle indulgenze che il papato, sempre a corto di denaro, si lascia andare ad autorizzare per qualsiasi motivo. Certamente, quelli che le acquistano dimenticano che la contrizione  indispensabile alla loro efficacia e pensano semplicemente di fare un'assicurazione contro i rischi della vita futura. Naturalmente, non tutti sono cos. Esistono ancora anime ferventi e religiose per le quali la fede  un bisogno. Ma il pi delle volte  un bisogno a cui cercano soddisfazione al di fuori della Chiesa, nel misticismo individuale.
Tuttavia, all'inizio del sedicesimo secolo, il misticismo  assai meno diffuso che alla met del secolo precedente. Il movimento generale delle idee gli  troppo contrapposto. Via via che si diffondono le tendenze del Rinascimento, gli spiriti migliori vedono la religione assai pi come una dottrina morale che come un'introduzione alla vita divina. L'ideale dell'umanit concepito da Erasmo, Tommaso Moro, Vivs,  senza dubbio tutto penetrato di cristianesimo, ma di un cristianesimo, se cos si pu dire, adattato alle necessit dell'esistenza terrena. Da qui, nasce la loro antipatia nei confronti dell'ascetismo e della teologia tradizionale. Si curano assai poco del dogma e la virt sembra loro, fuor d'ogni dubbio, la forma suprema della devozione. Ma pur attaccando energicamente i monaci e non nascondendo il disprezzo per la morale della scolastica, si guardano bene dal rompere con la Chiesa. Sono cattolici assai inquietanti, ma sono cattolici; l'alto clero, le corti, il papa stesso, non nascondono la simpatia nei loro confronti; senza frastuono, senza crisi, grazie al semplice progressivo infiltrarsi delle idee, del buon senso, dell'istruzione e grazie all'appoggio delle autorit sociali, sperano di promuovere una riforma religiosa misurata, vasta e tollerante.
Questo bel sogno dur soltanto un attimo; era infatti irrealizzabile perch il cristianesimo antiascetico degli umanisti non aveva niente a che vedere con quello della Chiesa e, se ce ne fosse stato il tempo, la rottura tra questa e quello si sarebbe operata fatalmente. I teologi, uniti contro Erasmo, lo vedevano assai bene e se il papa impose loro il silenzio, fu perch l'infatuazione per il Rinascimento era cos grande da impedire, a tutta prima, di avvertire il pericolo. L'alto clero corteggiava gli Erasmiani cos come, alla fine del diciottesimo secolo, la nobilt francese avrebbe fatto con i "filosofi". Il primo non si aspettava una rivoluzione religiosa pi di quanto la seconda si aspettasse una rivoluzione politica. Niente lasciava prevedere, infatti, l'esplosione del luteranesimo. Senza dubbio, dalla fine ingloriosa del Concilio di Basilea, la Germania era travagliata da un sordo malcontento contro il papato. Gli si rimproverava di disporre sovranamente delle pi alte cariche ecclesiastiche, senza pensare che si trattava di una conseguenza diretta non gi del suo malvolere nei confronti della nazione, ma dell'organizzazione anarchica dell'impero che escludeva qualsiasi possibilit di sottomettere la Chiesa - come ad esempio in Francia, in Inghilterra o in Spagna - al potere dello Stato. Gli umanisti alimentavano, per parte loro, questo malumore. Erano furibondi di sentire gli Italiani trattare da barbari i popoli del nord, e per amor proprio si facevano vanto, in latino classico, di discendere da quei Germani che un tempo avevano tenuto vittoriosamente testa alla superbia di Roma. Sotto la loro penna, soprattutto quella di Ulrich di Hutten, si incontra per la prima volta, in maniera ingenua, questa opposizione tra germanesimo e Romanit di cui si sarebbe tentati di sorridere, se le passioni politiche del diciannovesimo secolo non l'avessero sfruttata con tanto cieco furore a spese della civilt. Le loro declamazioni non varcavano la soglia di una ristretta cerchia di letterati, ma ci nondimeno contribuivano a modo loro ad alimentare una forma mentis antiromana. Gli imperatori del Medio Evo non avevano forse trovato nei papi degli eterni avversari? Dunque, tanto nel suo aspetto pagano, quanto nel suo aspetto cattolico, Roma si presentava come il nemico fisso del popolo tedesco.
A questi risentimenti dettati dall'amor proprio, la borghesia ne aggiungeva di pi concreti. Come ovunque, essa mal sopportava le franchigie del clero e quando qualche incidente gliene forniva l'occasione mostrava in maniera alquanto violenta il suo atteggiamento anticlericale. Ma il bisogno di una riforma religiosa non era sentito da nessuna parte. Le anime erano abituate alla tradizione, e l'accettavano. Sarebbe falso credere che la Germania fosse divorata da una sete spirituale che la Chiesa non riusciva pi a estinguere, che nel cattolicesimo si sentisse alle strette e cercasse un'unione pi intima con Dio.  troppo facile costruire un'opposizione tra l'anima germanica e l'anima latina sul terreno della religiosit. La realt non presenta niente di simile. Se il protestantesimo  nato in Germania, se la prima forma che ha assunto e i primi progressi che ha fatto trovano spiegazione soltanto nell'ambiente tedesco in cui  nato, ci non prova niente del suo supposto carattere germanico. Sarebbe troppo facile, qui, opporre al tedesco Lutero, il francese Calvino. La Riforma  un fenomeno religioso; non  un fenomeno nazionale, e se  vero che essa si  diffusa soprattutto tra i popoli di lingua germanica, ci non  accaduto perch ha trovato spiriti meglio conformati a comprenderla, ma perch  stata favorita da condizioni politiche e sociali che non ha incontrato altrove.
Lutero appartiene al novero di quegli uomini che, in tutti i paesi e in tutte le epoche, agitano nel pi profondo della coscienza problemi religiosi che  pi facile sentire che definire. Nato nel 1483, figlio di un minatore di Eisleben (in Sassonia), come tanti altri figli del popolo, dopo essersi distinto a scuola, era stato destinato dal padre alla professione di giurista. Frequentava l'Universit di Erfurt dal 1501, quando, nel 1505, spaventato dall'idea della morte che aveva rischiato di coglierlo durante un uragano, rinunci alla carriera e prese l'abito in un monastero di Agostiniani. Come tanti altri, nella vita ascetica non trov la pace dell'anima e, nel 1508, fu felice di ricevere dal generale dell'ordine, l'incarico per una cattedra alla Facolt di Teologia dell'Universit di Wittenberg. Qui, la famosa tesi contro la vendita delle indulgenze che affisse pubblicamente lo fece d'un tratto uscire dall'oscurit, segnando l'inizio della Riforma.
In quel momento, Lutero era gi deciso a rompere con la Chiesa?  difficile dirlo. Ma il suo temperamento volitivo e irruento, eccitato dal contraddittorio, lo port ben presto alle estreme conseguenze. D'altronde, si sentiva incoraggiato dall'opinione pubblica. Nel 1518, le proteste della Dieta di Augusta contro le esazioni del fisco pontificio dovettero rafforzare la sua decisione. Era sicuro di s, amava la lotta e, a sostenerlo, aveva anche la foga dell'oratore e del libellista. Come Wycliffe, come Hus, vuole rivolgersi alla nazione ed  nella sua lingua che scrive. Niente meglio del suo stile pieno di humour, di passione e di collera poteva scuotere le anime e conquistarle. A questo si aggiunga che, dalla piccola Universit di Wittenberg, la stampa porta la sua potente parola attraverso tutta la Germania. La contesa  appena iniziata, e gi risuona dappertutto. Per la prima volta, una questione religiosa viene dibattuta davanti al popolo, messa alla sua portata, sottoposta al suo giudizio. La Lettera alla nobilt tedesca, i trattatelli intitolati La cattivit di Babilonia della Chiesa e La libert del cristiano, tutti pubblicati nel 1520, sono, se cos si pu dire, opuscoli di propaganda e il successo che ebbero fu strepitoso. Fino a quel momento, le dottrine degli avversari della Chiesa si erano diffuse tra le masse attraverso la predicazione e l'apostolato. Il luteranesimo si  imposto grazie al carattere stampato e, nella rapidit della sua diffusione, si pu vedere la prima manifestazione della potenza della stampa.
Nel procedere della lotta, il pensiero di Lutero si precisa e si fa pi audace. Il dibattito sulle indulgenze si trasforma quasi immediatamente in un attacco contro il papato, poi contro tutta l'organizzazione tradizionale della Chiesa. Nel 1518, non si parla ancora di appellarsi al concilio contro il papa. Ma gi l'anno successivo viene proclamata l'origine puramente umana del papato, la fallibilit del concilio e l'infallibilit che  solo delle Scritture. Nel 1520, si compie il passo decisivo: la giustificazione del cristiano si trova nella fede, non nelle opere; la fede in Cristo fa di ogni cristiano un prete; la messa e i sacramenti - salvo il battesimo, l'eucarestia e la penitenza - vengono rifiutati; il clero non ha diritti che non spettino anche alla societ laica; al pari di questa,  sottoposto al potere dello scettro secolare, la cui autorit si estende sulla Chiesa come sullo Stato.
Lutero non fa che spingersi pi lontano sulla via aperta prima di lui da Wycliffe e da Giovanni Hus. La sua teologia prosegue la teologia del dissenso del Medio Evo: i suoi antenati sono i grandi eretici del quattordicesimo  secolo, non si lascia minimamente influenzare dallo spirito del Rinascimento. La sua dottrina della giustificazione attraverso la fede  apparentata al misticismo e se, come gli umanisti, ancorch per motivi assai diversi, condanna il celibato e la vita ascetica, si pone in totale contrapposizione con loro sacrificando completamente alla fede il libero arbitrio e la ragione.
Eppure, gli umanisti non si sono astenuti dall'applaudirne gli inizi infuocati; applausi discreti,  vero, di chi desidera non compromettersi ed  un po' preoccupato di tanta veemenza, ma nondimeno  entusiasta dei violenti colpi inferti ai monaci e agli scolastici e conta che dopo tanta irruenza, si sia pi disposti ad ascoltare la sua moderazione e la sua saggezza. Ovunque domini il loro spirito, il luteranesimo nascente non incontra che simpatie: cos  nei Paesi Bassi, alla corte di Margherita d'Austria e, in Francia, a quella di Francesco primo. Quanto alla Germania, non  pi soltanto simpatia, ma entusiasmo, quello che manifesta. Soprattutto la borghesia delle citt libere del sud, pi irrequieta, pi attiva di quella del nord, aderisce immediatamente alle nuove tendenze. A dire il vero, le idee religiose del riformatore non vengono comprese che da un ristrettissimo numero di anime veramente devote. La massa, invece,  trascinata soprattutto dagli attacchi contro il clero e contro Roma. La dottrina della giustificazione attraverso la fede le sfugge e nessuno ancora pensa a una rottura dogmatica con la Chiesa, la quale, per,  profondamente turbata dalle dichiarazioni infiammate contro il commercio delle cose sante e dei sacramenti, contro gli abusi della vita monastica e, infine, contro l'arroganza di quei preti che si definiscono la Chiesa, mentre la Chiesa appartiene a tutti i cristiani. Gi molti monaci abbandonano i conventi; i curati, dall'alto del pulpito, si pronunciano in favore del movimento. Ci si mette a leggere e a interpretare la Bibbia. Un fervore ingenuo si diffonde contro quel clero che, per tanto tempo, ha ingannato il popolo, nascondendogli la vera religione contenuta nel libro sacro. Una parte della nobilt testimonia altrettanto ardore. Patriottismo tedesco, odio di Roma, speranza confusa di un rinnovamento dell'impero, tanto politico quanto religioso, animano i cavalieri che si riuniscono intorno a Ulrich di Hutten, a Franz von Sickingen. Intanto, i principi riflettono. Quali prospettive non offre loro la speranza di secolarizzare i beni ecclesiastici! Di quale fascino  dotata la parola di Dio e quanto seducente appare il compito di far trionfare la causa del Vangelo realizzando il pi vantaggioso degli affari! Insomma, nella stragrande maggioranza dei suoi primi adepti, il luteranesimo  molto pi una rivolta contro il papato che un insorgere del sentimento religioso.
E i suoi progressi sono tanto pi facili in quanto la Chiesa non  difesa da nessuno. N il popolo, n i principi le vengono in aiuto. Essa stessa fa prova di una strabiliante apatia. Qualche teologo polemizza contro Lutero, ma lei, la Chiesa, rinuncia a intervenire su quelle masse che, dopo averle obbedito per tanto tempo, tutt'a un tratto le si rivoltano contro. Si direbbe che dubiti delle proprie forze e la sua impotenza, nell'infuriare di un simile conflitto, naturalmente rende pi audaci i suoi avversari. Lutero non ha paura di dare fuoco sulla piazza del mercato di Wittenberg alla bolla che lo condanna (10 dicembre 1520).
L'imperatore Massimiliano era morto il 12 gennaio 1519, proprio nel momento in cui la crisi assumeva tutta la sua gravit. Quella morte non ebbe la minima influenza sulla decisione dei suoi elettori. Tra Francesco primo e Carlo quinto, non fu la questione religiosa, ma unicamente una questione di denaro a farli pronunciare in favore del secondo.
Ma non c'era da dubitare dell'atteggiamento che Carlo quinto avrebbe preso nei confronti della Riforma. Quand'anche gli avesse suscitato simpatia, la politica gli avrebbe impedito di manifestarla. La sua potenza poggiava prima di tutto sulla Spagna, e che figura avrebbe fatto, un re di Spagna che fosse venuto a patti con l'eresia? E poi, come avrebbe potuto pensare di mettersi in disaccordo con il papato, nel momento stesso in cui il suo appoggio gli era indispensabile per opporsi, in Italia, alle iniziative della Francia? I suoi interessi pi manifesti si alleavano dunque alle sue convinzioni personali, per fare di lui il difensore della Chiesa. Non che se ne nascondesse gli abusi; egli chiedeva con tutto il cuore un concilio generale, e le pretese temporali del papato trovarono in lui un avversario deciso. Ma cattolico quanto conservatore, visse nella credenza tradizionale che la Chiesa fosse la condizione, la base stessa dell'ordine sociale e che il suo mantenimento fosse indispensabile tanto alla salvezza delle anime quanto all'esistenza di qualsiasi autorit terrena.
Se la Germania avesse potuto dirsi uno Stato, i destini della Riforma ne sarebbero risultati particolarmente compromessi sotto il governo di un principe animato da simili inclinazioni. In Francia o in Inghilterra, le sarebbe stato immediatamente necessario o cedere alla corona o combatterla. Sbagliano gli storici protestanti quando si rammaricano per la mancanza di unit politica in Germania, all'inizio del sedicesimo secolo; la debolezza del suo potere monarchico e il carattere retrogrado e particolaristico delle sue istituzioni hanno salvato il luteranesimo, o quanto meno, gli hanno assicurato una diffusione che fu rapida e facile, se confrontata con le lotte terribili che il calvinismo ebbe a sostenere, fin dal suo nascere, negli Stati pi avanzati e potenti.
Non appena giunto sulla scena dell'impero, Carlo si affrett a sottoporre la questione religiosa alla Dieta convocata a Worms, nel mese di aprile del 1521. Lutero, chiamato a comparire davanti all'assemblea, non dovette temere la sorte di Giovanni Hus al Concilio di Costanza; la maggioranza dei suoi membri era a lui favorevole ed egli avanz fino alle porte del palazzo tra l'acclamazione della folla. Rifiut di ritrattare e gli si permise di uscire liberamente dalla citt (17 aprile 1521). Qualche settimana dopo (8 maggio), un editto imperiale metteva lui e i suoi adepti al bando dall'impero. Ma nessuno poteva farsi illusioni sulla portata di questa misura. All'Impero mancava ogni mezzo per imporne il rispetto e in realt essa non fu applicata da nessuna parte. Non solo non mise a repentaglio la sicurezza di coloro che continuarono a diffonderla, ma non ostacol neanche la diffusione delle idee che condannava.
Carlo dovette rassegnarsi a questo scacco. In guerra con Francesco primo, gli era impossibile scatenare in Germania una lotta religiosa che avrebbe raddoppiato le possibilit del suo avversario. Ma quel che non poteva fare nell'impero, lo poteva nei Paesi Bassi, dove si affrett a organizzare la repressione dell'eresia con un rigore spietato. Qui, fin dal 1520, aveva promulgato contro gli eretici un primo "manifesto" e l'anno successivo ordinava la stretta osservanza dell'editto di Worms. Non era che il preludio di ci che andava meditando. Avrebbe voluto imporre alle sue province borgognone l'inquisizione in atto in Spagna, e se vi rinunci, di fronte all'opposizione unanime dei suoi consiglieri, quanto meno organizz un sistema repressivo ricalcato esattamente sul Santo Uffizio spagnolo, al punto che fu possibile farlo senza sollevare il risentimento dell'opinione pubblica. Nel 1522, incaricava un membro del Consiglio del Brabante di perseguire gli eretici. Le proteste del papa contro questa inquisizione laica soggetta soltanto allo Stato la fecero abbandonare l'anno seguente. Al suo posto, nel 1524, operarono degli incaricati apostolici, designati per dal governo. A ci si aggiunga, fino alla fine del regno, una serie di "manifesti" sempre pi violenti e spietati che arrivarono persino a costringere i tribunali laici a perseguire e mettere a morte coloro che, non essendo teologi, avessero disquisito di fede o che, conoscendo degli eretici, non li avessero denunciati.
L'esito di questa persecuzione religiosa fu identico a quello di tutte le precedenti: spinse all'eroismo le anime pi nobili e sincere. Era destino dei Paesi Bassi dare alla Riforma i primi martiri. Il primo luglio 1523, due monaci Agostiniani di Anversa, Enrico Voes e Giovanni van Essen, venivano dati alle fiamme sulla grande piazza del mercato di Bruxelles. Lutero li celebr in uno dei suoi cantici pi belli e, l'anno successivo, Erasmo rileva "che la loro morte ha fatto molti luterani".
Ci si pu chiedere che cosa ne sarebbe stato del luteranesimo, in Germania, se fosse stato possibile professarlo senza mettere a repentaglio la propria vita. Quanto meno si pu star certi che la sua espansione ne sarebbe stata particolarmente rallentata e che la rapidit con cui essa avvenne si spiega soprattutto con i pochi rischi che correvano i fondatori. Non c' niente di meno eroico della sua storia, ed  lecito pensare che la duttilit di cui la Chiesa luterana avrebbe dato prova in seguito, nei confronti dell'autorit temporale, non sarebbe stata cos pronunciata se all'inizio fosse stata costretta a sacrificare alla fede il sangue dei propri fedeli. D'altronde, non era lontano il momento in cui, lungi dal doversi opporre ai principi, si sarebbe messa sotto la loro egida.
Da secoli, la Chiesa era talmente compenetrata nella societ, che non era mai accaduto di attaccare la prima senza scardinare contemporaneamente la seconda. L'eresia degli Albigesi, nel dodicesimo secolo, aveva dato vita ad aspirazioni comuniste. Wycliffe ha contribuito, senza volere, alla sollevazione agraria del 1381 e si sa come l'hussitismo sia tutto pervaso di rivendicazioni sociali. La propaganda luterana non avrebbe fatto eccezione alla regola. Senza dubbio, dal punto di vista temporale, nessuno era pi conservatore di Lutero. Assai diverso dagli umanisti e assai meno moderno di loro, egli accettava lo stato di cose stabilito per tradizione; era rivoluzionario soltanto dal punto di vista religioso e i suoi attacchi furibondi contro l'autorit di Roma contrastano in maniera singolare con la sua sottomissione nei confronti delle autorit laiche. Ma penetrando tra le masse, la sua propaganda sarebbe giunta ben presto a muovere quei sentimenti confusi che l'estrema miseria accumula in profondit, forza pericolosa che, una volta scatenata, sfugge in tutte le direzioni e obbedisce soltanto a se stessa.
Si ricorder come, dalla fine del quattordicesimo  secolo, la condizione dei contadini tedeschi non avesse fatto altro che peggiorare. Le tendenze capitaliste del secolo successivo avevano ancor pi favorito lo sfruttamento a cui venivano sottoposti da una nobilt brutale e spietata. Nella letteratura, come pure nell'arte tedesca del sedicesimo secolo, il bauer  trattato con disprezzo straordinario. Sembra che in lui non si veda altro che un bruto disgustoso o ridicolo, nei confronti del quale tutto  permesso. E infatti, i signori si permettevano proprio tutto, ai danni di quegli infelici: ripristino della servit, inasprimento delle corv, confisca dei beni comunali, diminuzione dei vassallaggi, aumento di tutte le prebende, dei diritti di giustizia, dei servizi di ogni specie. Contro il burg feudale che l'opprimeva, i miseri servi di ogni signoria erano senza difesa. Accettavano la sorte con rassegnazione, quando l'agitazione religiosa che turbava le citt incominci a diffondersi tra loro. La religione era la pi antica e la pi sacra delle abitudini, la forma necessaria e il fondamento stesso dell'esistenza, ed essi la vedevano impunemente attaccata, dileggiata, sfidata a viso aperto. Il timore e il rispetto per il clero scomparivano. Come avrebbero potuto continuare a rispettare e a temere il signore? Gli abusi di cui si rimproverava la Chiesa apparivano loro assai meno chiaramente delle ingiustizie che dovevano subire da parte dei nobili. E man mano che l'agitazione si diffondeva tra loro, li avvicinava gli uni agli altri, nella comunanza di una stessa collera. La loro debolezza era dovuta all'isolamento. Mossi dalle stesse passioni, si sentivano forti, e nel 1528, le prime sedizioni rivelarono all'improvviso l'entit di un pericolo troppo disdegnato per averlo potuto prevedere.
Il movimento si diffuse rapidamente in tutta la Germania del sud, dal Lussemburgo alle montagne di Boemia. Anche qui, il popolo delle citt si un ai rivoltosi. Le loro rivendicazioni riportate nei "dodici articoli dei contadini" hanno un carattere molto pi sociale che religioso. Reclamano il ritorno al Vangelo, ma soprattutto alla libert quale essi la concepiscono, vale a dire la libert di poter godere a loro piacimento dei boschi e dei prati, la libert dalle corv illegali e dalla tirannia arbitraria dei signorotti. Le loro bande si spargono dappertutto, inesorabili, e il terrore che provocano al loro passaggio paralizza ogni resistenza. Alla violenza di cui hanno tanto a lungo sofferto, rispondono con la violenza. Castelli e monasteri vengono dati alle fiamme. La paura  cos generale, l'esplosione cos improvvisa che conti, principi, elettori si piegano a trattare con le masse insorte e ad aderire ai "dodici articoli". Ma questi non bastano gi pi alle speranze suscitate dal successo e accese dalle passioni. Le vecchie chimere mistiche e comuniste, ancora diffuse tra il popolo dai tempi del Medio Evo, si impadroniscono di nuovo delle menti. Thomas Munzer in Turingia esalta i contadini con la promessa di un mondo di giustizia e d'amore conforme alla volont divina, la cui realizzazione esige il massacro dei malvagi. L'effetto di queste predicazioni su anime semplici e violente fu quello di trasformare la rivolta agraria in una specie di terrore mistico. I suoi eccessi affrettarono l'organizzazione di una resistenza, che la subitaneit di questi primi successi aveva dapprima ritardato, ma che era inevitabile. La nobilt un le proprie forze contro quelle dei contadini. Questi accettarono la lotta. Il 15 maggio 1526, venivano fatti a pezzi a Frankenhausen. I vincitori furono tanto pi impietosi quanto pi si erano spaventati. Sfogarono a lungo l'odio su questo popolo che li aveva sfidati. Sulle spalle dei contadini ricadde il giogo, pi pesante che mai. Lo avrebbero portato ormai con una sottomissione rassegnata fino all'inizio del diciannovesimo secolo.
La crisi dell'anabattismo dimostra ancor meglio il disorientamento religioso in cui la scomparsa troppo improvvisa dell'autorit ecclesiastica abbandon le anime del popolo. Prendendo alla lettera la predicazione luterana, i primi anabattisti che appaiono in Svizzera, prima del 1525, pretesero di sottomettere non solo la loro fede, ma anche la societ agli insegnamenti del testo sacro. Poich questo conteneva la parola di Dio, bisognava conformarvisi rigorosamente. Che bisogno c'era della Chiesa e dello Stato? L'osservanza della Bibbia doveva bastare alla salvezza delle anime cos come ai rapporti tra gli uomini. Le vecchie eresie del Medio Evo non potevano non mescolare le loro dottrine all'interpretazione della scrittura. Il manicheismo popolare, fondato sulla contrapposizione tra la carne e lo spirito, non era mai del tutto scomparso dai tempi degli Albigesi. Riprese vigore, mescolato a visioni apocalittiche e a tendenze mistiche, che si erano largamente diffuse dal quattordicesimo  secolo. I giusti si credono chiamati a fondare un mondo nuovo dove tutto verr fraternamente messo in comune, i beni, come le donne. Queste fantasticherie troveranno facile accesso presso gli strati inferiori delle popolazioni urbane, tra i gregari dei mestieri e gli operai salariati dell'industria capitalista ai suoi albori. Propagandosi dall'uno all'altro fra i lavoratori, raggiunsero rapidamente i Paesi Bassi, dove l'industria, pi attiva che da qualsiasi altra parte, gli preparava a meraviglia il terreno. Non c' da stupirsi che i suoi adepti siano stati braccati ferocemente dai poteri pubblici. Cattolici e luterani fanno a gara in efferatezza contro questa eresia tanto rivoluzionaria. Ma la persecuzione non fece che aggravare il pericolo. Da utopico che era stato fino a quel momento, l'anabattismo divenne una dottrina di odio e di lotta. Da questa, la povera gente non aspetta pi soltanto liberazione, ma vendetta. Molti di loro sembrano essere stati veri esaltati pronti tanto a morire per la fede quanto a sacrificarle, senza piet, il resto del mondo. Verso il 1530, una specie di delirio mistico-sociale sembra essersi impossessato dell'Olanda. Quasi tutto il basso volgo urbano ne  preda. In alcune citt si pensa che ne siano contagiati i due terzi degli abitanti e i massacri, le condanne sommarie, gli annegamenti, le messe al bando di tutti coloro che aderiscono alla setta non riescono ad arrestarne l'avanzata.  da Amsterdam e dintorni che nel 1534 partono i profeti i quali, approfittando di una rivolta della citt di Mnster contro il suo vescovo, vi si recano a fondare il "Regno di Dio". In nessun altro momento della storia, forse, si  rivelato in maniera tanto evidente fino a qual punto la passione, l'illusione religiosa e la speranza di realizzare la giustizia sociale possano trascinare le masse popolari. Per dodici mesi, bloccati dalle truppe dei principi circonvicini, protestanti e cattolici, gli anabattisti di Mnster organizzarono in preda a una sorta di follia la loro "Nuova Gerusalemme". La poligamia e il comunismo furono istituiti e praticati da tutta la popolazione. Un'utopia mistica e socialista, per un attimo, si fece realt. La citt venne presa d'assalto il 24 giugno 1535, mettendo fine in un bagno di sangue a questo accesso di follia collettiva. Soltanto recentemente sono state calate dalla torre della cattedrale le gabbie di ferro che a lungo hanno fatto oscillare al soffio del vento le ossa calcificate del profeta Giovanni da Leida e del borgomastro Knipperdalling. La presa di Mnster mise fine alla crisi violenta dell'anabattismo, ma non lo fece scomparire. Le sue tendenze rivoluzionarie si conservarono tra il popolo fin verso la fine del sedicesimo secolo, come era stato per il catarismo, dopo la grande persecuzione del tredicesimo secolo. Ma la maggior parte dei suoi aderenti, ritorn alla semplicit evangelica degli inizi, ed  in questo spirito che si  tramandato fino ai nostri giorni, nel mondo protestante d'Europa e d'America.
La guerra dei contadini e l'anabattismo ebbero il risultato di allontanare da Lutero gli umanisti e gli erasmiani che, spaventati da tante violenze, si ributtarono dalla parte della Chiesa. Lutero non era meno spaventato. Aveva violentemente attaccato i rivoltosi e applaudito senza piet le loro disfatte. Erano scomparse ormai le tendenze popolari che aveva mostrato all'inizio. Il solo mezzo per assicurare la salvezza della Riforma gli parve quello di metterla sotto la protezione e la direzione dei principi. Conoscendoli, non poteva ignorare che tra loro la tiepidezza religiosa era molto diffusa. Ad eccezione dei duchi di Baviera, cattolici convinti quanto gli Asburgo, gli altri erano tutti disposti a conformare la fede ai propri interessi. Non danno segno della minima traccia d'idealismo, del pi debole accento di convinzione sincera o disinteressata. Era fuor di dubbio che fossero scontenti della Chiesa, ma era altrettanto certo che non se ne sarebbero allontanati se ci non avesse dato loro l'occasione di secolarizzarne i beni, di confiscarne le entrate e, proclamandosi ciascuno a casa propria, capo della Chiesa territoriale, di raddoppiare la propria autorit e la propria influenza sui sudditi. Furono considerazioni del tutto terrene quelle che determinarono la condotta di questi difensori della fede nuova. Fra tutte le confessioni religiose, il luteranesimo  la sola che, anzich spingere i propri sostenitori a sacrificarle la vita e le ricchezze si sia presentata loro come un buon affare.
L'elettore di Sassonia e il Langravio di Hesse aprirono la via su cui altri ben presto li avrebbero seguiti. Nel 1525, il gran maestro dei Cavalieri Teutonici, Alberto di Brandeburgo, adottava la Riforma al fine di poter secolarizzare l'ordine e trasformarlo, a proprio profitto, in un principato laico. I duchi di Anhalt, di Luneburg, di Frisia, i margravi di Brandeburgo e di Bayreuth, si pronunciarono ugualmente in favore del Vangelo. Dopo aver esordito tra la borghesia del sud della Germania, il luteranesimo divenne cos, per l'adesione dei principi, la religione del nord. Infatti, il credo dei principi determina quello dei sudditi, come un tempo, durante il grande scisma, aveva fatto la loro obbedienza al papa di Roma o a quello di Avignone. Il problema della coscienza viene dunque trattato come una questione di disciplina. Non  questo che ci si sarebbe aspettati da una religione che proclama la giustificazione attraverso la fede e riconosce un prete in ogni cristiano. Certamente, in questo c' una contraddizione che non si pu spiegare se non con il bisogno che Lutero avvert sempre pi intenso di salvaguardare l'avvenire dei suoi fedeli con la protezione del potere temporale. Quanto ai popoli, essi si lasciarono imporre la religione dall'autorit temporale con una docilit che basta a provare il valore del vecchio luogo comune sull'individualismo germanico. Erano in gioco le convinzioni pi sacre di ciascuno e tuttavia non ci furono n rivolte n resistenza. I cattolici tedeschi sembravano aver adottato tanto facilmente il luteranesimo su ordine dei loro principi quanto i Franchi del quinto secolo avevano rinunciato ai loro di dopo il battesimo di Clodoveo. Bisogna concluderne senza dubbio che la loro fede non fosse molto viva, ma la ragione di questo atteggiamento si trova anche in un ristagno completo della vita politica in Germania. Nessuno pensava a contestare i diritti dei principi; si era abituati a lasciarsene governare; da nessuna parte esistevano privilegi che, come nei Paesi Bassi o in Spagna, limitassero le loro prerogative. Li si lasci dunque, senza protestare, sostituirsi ai vescovi, nominare i sovrintendenti del clero, sopprimere le fondazioni ecclesiastiche, chiudere i monasteri, secolarizzarne i beni, organizzare scuole, in breve, ciascuno a casa propria, sostituire alla Chiesa universale sottoposta al papa, una Chiesa territoriale (Landeskirche) sottomessa al potere secolare.
E tuttavia l'editto di Worms non veniva abrogato: Lutero e i suoi seguaci rimanevano al bando dall'impero e nei Paesi Bassi Carlo quinto promulgava contro di loro "manifesti" sempre pi sanguinari. Ma la guerra contro Francesco primo lo teneva lontano dalla Germania e lo costringeva a pazientare. Suo fratello Ferdinando, al quale aveva ceduto i domini ereditari della casata d'Asburgo, e che lo rappresentava in sua assenza, era anch'egli troppo impegnato dagli assalti dei Turchi nella valle del Danubio e dalla preoccupazione di farsi riconoscere dagli Ungheresi come successore del loro re Luigi, morto in battaglia a Mohacz (1562), per pensare a ostacolare i progressi della Riforma. Furono dunque i Francesi e i Turchi a permettere a questa idea di guadagnare il tempo indispensabile per assicurarsi le posizioni conquistate. Nel 1526, la Dieta di Spira decretava che, in attesa dell'arrivo dell'imperatore, in ordine alle materie condannate dall'editto di Worms ciascuno poteva agire liberamente. Quando, tre anni dopo, Carlo volle farla ritornare su questa decisione, cinque principi e alcune citt formularono immediatamente quella protesta per cui, da quel momento, ai seguaci della nuova fede,  rimasto il nome di protestanti.
La rottura inevitabile si produsse solo nel 1530, durante la Dieta convocata ad Augusta da Carlo, dopo l'incoronazione imperiale. Il dibattito teologico, nel corso del quale Melantone diede lettura della "confessione di Augusta" non poteva finire che col rinforzare ogni partito nella propria credenza. Era troppo tardi per sperare in una conciliazione che forse dieci anni prima, non sarebbe stata impossibile. I principi protestanti lasciarono l'assemblea, la cui maggioranza, sollecitata dall'imperatore, ratific solennemente l'editto di Worms, condann tutte le innovazioni religiose e ordin un ritorno generale alla Chiesa.
A questo punto, i principi protestanti si prepararono a una lotta che giudicavano inevitabile. Nel 1531, a Smalcalda, si confederavano con un certo numero di citt. Non ignoravano che l'imperatore, sempre impegnato nella guerra di Francia, avrebbe ceduto di fronte a un atteggiamento energico. L'anno successivo, infatti, egli proclamava la Pace di Norimberga che vietava qualsiasi guerra di religione fino alla convocazione di un concilio o della dieta successiva. Questo riconoscimento di impotenza accrebbe naturalmente la fiducia dei protestanti. Filippo di Hesse, il pi irrequieto tra loro, approfitt della situazione per indebolire quanto pi possibile la potenza della casata d'Asburgo. Con l'aiuto di sussidi da parte del re di Francia, restitu al duca di Wrttemberg il possesso del suo ducato - che Ferdinando aveva riunito all'Austria - dove fu immediatamente introdotto il protestantesimo (1534). Poco dopo, l'ultimo principe laico della Germania settentrionale rimasto fedele al cattolicesimo veniva espulso dai suoi domini (1542). Gi l'arcivescovo di Colonia manifestava l'intenzione di passare alla Riforma. L'arcivescovato di Magdeburgo e quello di Halberstadt erano secolarizzati.
Alla fine, la pace conclusa a Crespy con la Francia (1544) permise a Carlo quinto di occuparsi delle questioni della Germania. Il papa aveva appena deciso di convocare un concilio generale, sciogliendolo cos dai suoi impegni di Norimberga. Era giunto il momento di attaccare la Lega di Smalcalda.
Se presso i principi protestanti gli interessi della fede avessero prevalso sugli interessi personali, tutti si sarebbero uniti per affrontare lo scontro. Tuttavia niente fu pi facile che guadagnare con promesse di espansione la neutralit o addirittura la collaborazione di molti di loro contro i correligionari. In questa lotta contro i luterani, il luterano Maurizio di Sassonia si distinse particolarmente come alleato del sovrano cattolico. Le bande spagnole del duca d'Alba fecero il resto. La battaglia di Muhlberg annient la Lega di Smalcalda (24 aprile 1547). L'elettorato di Gian-Federico di Sassonia fu dato a Maurizio. Filippo di Hesse si sottomise. Lo stesso anno, Carlo faceva accettare alla Dieta d'Augusta un interim che, in attesa della decisione del Concilio, stabiliva la posizione religiosa dei paesi riformati.
Non fu il trionfo del cattolicesimo, fu il trionfo dell'imperatore a spaventare i vinti. Essi temevano molto pi di cadere sotto il giogo di Carlo e di perdere la propria autonomia di principi, che di passare di nuovo sotto l'obbedienza di Roma. Maurizio di Sassonia, che non voleva la supremazia degli Asburgo nell'impero pi di quanto la volessero loro, si schier nuovamente dalla loro parte. La mancanza di idealismo nazionale di cui davano prova era ancor pi grande della mancanza di idealismo religioso. Tedeschi o luterani che fossero, essi non esitarono a comperare l'aiuto del re cattolico di Francia, Enrico li, lasciandogli una parte di ci che ovunque, tranne che nell'Impero, si sarebbe chiamata patria, o per lo meno Stato. Con il Trattato di Chambord (1552), gli riconobbero il diritto di annettersi i tre vescovati dell'ovest, Metz, Toul e Verdun. Fingendo di temere che Carlo imponesse loro la "servit spagnola", salutarono Enrico col nome di protettore della libert tedesca. Naturalmente, in lui non vedevano che il protettore del proprio particolarismo politico, che il particolarismo religioso tanto a proposito veniva a rafforzare.
Ancora una volta, il luteranesimo fu dunque salvato dalla Francia. Carlo, costretto a precipitarsi alla frontiera della Lorena, le abbandonava il campo e, fino all'abdicazione, non ebbe pi occasione di tornare alla carica. Cattolico come lui, Ferdinando, suo fratello e successore, sempre minacciato dai Turchi in Ungheria, si affrett a mettere pace in Germania. La pace di religione conclusa dalla Dieta di Augusta il 25 settembre 1555, pose fine alla questione. Essa riconobbe ai principi lo jus reformandi, vale a dire il diritto di abbracciare la Riforma, sia che lo avessero gi fatto, sia che intendessero farlo in futuro. I sudditi erano tenuti a professare la religione dei principi, salvo la facolt di espatriare dopo aver venduto i propri beni. Un'eccezione veniva deliberata nei confronti dei principati ecclesiastici che dovevano in ogni caso rimanere cattolici. Il cambiamento di confessione da parte del principe non doveva provocare altra conseguenza se non la sua abdicazione.
Cos stipulata, la Pace di Augusta sembrava molto pi un semplice compromesso politico che una pace di religione.  impossibile disinteressarsi in maniera pi totale della libert di coscienza. La religione del popolo viene abbandonata all'arbitrio del principe come una semplice questione d'amministrazione interna. Il diritto di professare liberamente il credo non  riconosciuto altro che alle teste coronate; alla massa  dato soltanto il diritto di obbedire. In ci va vista indubbiamente una conseguenza del principio della religione di Stato che, applicato fino a quel momento esclusivamente a vantaggio della Chiesa, viene esteso ora al luteranesimo. L'intolleranza  uguale da una parte e dall'altra e la nuova religione non soffre meno di quella antica di dissensi interni. Per il resto, come abbiamo avuto modo di vedere, la Pace di Augusta non introduce niente di nuovo. Lo stato di cose che ratifica  quello che esisteva gi di fatto, come abbiamo visto, in tutti i principati riformati.
Ma con essa, il fatto diventa diritto; il protestantesimo ottiene un posto al sole e ha l'avvenire assicurato. La maestosa unit cristiana  ufficialmente rotta. La Chiesa, per non essersi riformata abbastanza presto, vede emergere una Chiesa rivale. Fino a quel momento aveva spietatamente schiacciato l'eresia, ed eccola costretta a sopportarne la presenza. Il fatto  che il potere secolare, cessando di combattere per lei,  passato esso stesso all'eresia, e non solo la riconosce come la verit religiosa, ma approfitta anche del bisogno che essa ha della sua protezione per imporle un'organizzazione ecclesiastica di cui  il padrone. In realt, con il luteranesimo, ci che fa la sua comparsa  ben pi che la religione di Stato,  la Chiesa di Stato. Lo Stato che nomina, che forma e che sorveglia il clero, beneficia ormai della forza immensa che esso esercita sulle anime. Attraverso il clero, possieder e dispenser l'insegnamento che fino a quel momento gli era sfuggito. Dal diciassettesimo secolo, render la scuola obbligatoria ed estender le proprie attribuzioni - si pu immaginare con quale vantaggio per s - alla formazione e alla guida delle idee.
L'obbedienza al principe verr insegnata dai pastori con altrettanta efficacia quanto dai Gesuiti l'obbedienza al papa. Il potere civile beneficer di tutti i progressi della nuova fede man mano che questa ricolmer sempre pi gli spiriti. La disciplina, il rispetto dell'autorit, la fiducia nel potere, sono altrettanti caratteri che essa ha trasmesso alla Germania moderna. Sarebbe stata questa fede a rendere possibile uno Stato quale la Prussia, vale a dire uno Stato dove ci si imbatte nelle virt del suddito, del funzionario e del militare, ma dove si cercano invano quelle del cittadino.

2. Il diffondersi della Riforma. Il Calvinismo.

 forse impossibile trovare un esempio pi adatto a far apprezzare al giusto valore il ruolo degli "eroi" storici, quanto quello di Lutero. Per quanto grande sia la parte che gli va riconosciuta nel successo della Riforma, tale successo si spiega prima di tutto con la situazione morale e politica della Germania, all'inizio del sedicesimo secolo. I tempi erano pronti, ecco perch la disputa sulle indulgenze si  trasformata quasi subito in una rivoluzione religiosa. Cinquant'anni prima, lo stesso individuo, con la stessa convinzione, la stessa foga, la stessa eloquenza, avrebbe tutt'al pi destato l'interesse di qualche teologo della sua provincia e il silenzio sarebbe sceso su di lui come su tanti altri suoi precursori. Ma c'era di pi, ed  facile rilevare come anche le idee fondamentali del luteranesimo fossero tutt'altro che un appannaggio personale di Lutero. Nei Paesi Bassi, Wessel Ganfort, che mor ignorato da tutti nel 1489 e le cui opere furono pubblicate soltanto nel 1522, ne aveva gi formulato la maggior parte e le si ritrova in Francia tra i membri della piccola cerchia che, verso il 1515, si riuniva intorno a Lefvre d'Etaples. Esse aspettavano per cos dire, davanti alla porta della Chiesa, il momento di farvi irruzione. Lutero le ha spinte avanti, e poi ne ha preso il comando.  stato il grande "caporione" morale, ma si sa che i caporioni, se sono indispensabili alle rivoluzioni, non ne sono gli autori.
 anche nella natura delle rivoluzioni di essere contagiose; questa non doveva fare eccezione alla regola. Tuttavia, la forma che il luteranesimo assunse quasi subito in Germania, per la stretta alleanza che stabil con i principi, dopo aver scatenato la Riforma, gli avrebbe impedito di presiedere al suo destino e di conservarne la direzione. Wittenberg, che per un attimo era sembrato dovesse diventare il centro comune dei fedeli del Vangelo, ne deluse ben presto le speranze. Rigorosamente sottoposte al potere secolare, alle Landeskirchen mancava la libert di comportamento e l'indipendenza indispensabili a una propaganda esterna fruttuosa. Si erano conformate in maniera troppo integrale all'ambiente politico tedesco per potersi adattare ad altri ambienti. Il loro nazionalismo, se cos si pu dire, gi in anticipo le escludeva dalla possibilit di esercitare un'influenza universale. La sola conquista del luteranesimo  quella dei paesi scandinavi, perch qui i sovrani si pronunciarono in suo favore. In Svezia, Gustavo Wasa, d'accordo con la nobilt che ambiva ai beni ecclesiastici, l'impose al popolo nel 1527. Le insurrezioni cattoliche, alquanto numerose fino al 1543, furono duramente represse e non ebbero altra conseguenza che di rafforzare il potere regale e di dare al paese una solida costituzione monarchica che ben presto gli avrebbe permesso di intervenire nelle questioni europee. In Danimarca, Cristiano secondo (1503-1523) aveva favorito la Riforma al fine di estendere la propria autorit imponendola alla Chiesa. La nobilt e la borghesia di Copenhagen vi aderirono l'una per interesse e l'altra per ostilit al clero. Sotto Cristiano terzo, nel 1536, il luteranesimo fu proclamato religione di Stato. La Norvegia e l'Islanda, dipendenze della Danimarca, avevano fino a quel momento conservato la propria autonomia. Per sottrargliela, il re approfitt della resistenza che opposero alla Chiesa danese. Il luteranesimo fu loro imposto con la forza. Il vescovo islandese Jan Arenson mor sul patibolo.
Il luteranesimo dunque, vinse soltanto l dove i principi o i re solidarizzarono con lui. La convinzione religiosa ha avuto un ruolo assai modesto nella sua espansione. Gli adepti veramente sinceri e disinteressati, all'inizio erano assai poco numerosi. Promulgato d'autorit e accettato per obbedienza, esso ha proceduto, se cos si pu dire, per annessione. La conversione delle anime  avvenuta soltanto in seguito e col tempo, cos come avviene l'assimilazione di un popolo conquistato alla nazione conquistatrice.
L'armonia tra il governo monarchico e il luteranesimo era cos totale che, anche presso le popolazioni di lingua tedesca, la Riforma ha voltato le spalle all'uno quando non era appoggiato dall'altro.  assai curioso constatare come i cantoni democratici della Svizzera, sotto l'influenza di Zwingli, si siano dati un'organizzazione religiosa indipendente alla quale, all'inizio, hanno aderito molte citt libere della Germania del sud.
Risulta assai chiaro che, nei paesi i cui principi rimasero fedeli a Roma, la Chiesa non ebbe niente da temere dai luterani. Rispettosi del potere, essi non pensarono neanche per un attimo a resisterle, e tantomeno a disobbedirle. Osservarono i "manifesti" promulgati contro di loro, astenendosi dal predicare in pubblico la propria fede; la sola propaganda che si permisero fu quella del martirio. Ben presto ci si rese conto che non erano molto pericolosi e, anche nei Paesi Bassi, l'inquisizione di Carlo quinto, tanto feroce nei confronti degli anabattisti, non li persegu che in maniera alquanto blanda.
Sembra certo, tuttavia, che il crollo religioso della Germania non sia stato ininfluente sulla rottura dell'Inghilterra con il papato. Ma non fu che un'azione indiretta e se cos si pu dire, un incoraggiamento a misure che, in s, sono del tutto estranee al luteranesimo. Enrico ottavo che si piccava di teologia, considerava Lutero un semplice eretico; lo ha combattuto con il suo Trattato sui Sette Sacramenti che gli valse, da parte di Leone decimo, il titolo di "Defensor fidei". Ha perseguitato Tindal e vietato la sua traduzione della Bibbia. Le ragioni di questa opposizione a Roma e della costituzione della Chiesa anglicana si trovano al di fuori dell'ambito della fede. N lui, n soprattutto il popolo inglese, provavano il minimo bisogno di rifiutare le credenze tradizionali del cattolicesimo.
Attribuire la condotta di Enrico ottavo semplicemente alla passione per Anna Bolena significa confondere l'occasione degli eventi con la loro causa. L'opposizione del papa al divorzio del re da Caterina d'Aragona lo spinse, s, a farsi proclamare dall'assemblea del clero the chief protector of the church and clergy of England109 (1531) al fine di poter annullare il proprio matrimonio (1533). Ma non ci si poteva fermare a questo, e se lo si fosse fatto, la situazione dell'Inghilterra nei confronti di Roma non sarebbe certo stata irrimediabilmente compromessa. La nomina di Tommaso Moro alla carica di cancelliere, dopo la condanna del cardinale Wolsey (1530), dimostra che il governo non pensava di allontanarsi dal cattolicesimo. Il Parlamento, che sostenne con tutte le forze la causa del re, intendeva approfittare della situazione per costituire una Chiesa nazionale. Ma nessuno pensava a uno scisma, e men che mai a un'eresia.
Accettando la carica di cancelliere, Tommaso Moro si proponeva certo di portare la Chiesa inglese, senza strepito n violenza, a quelle riforme moderate vagheggiate dagli umanisti. Come Erasmo, egli voleva conservare la fede tradizionale, epurandola. Se contava che il governo lo aiutasse in questo compito, era a patto che si ispirasse soltanto a motivi puramente religiosi e disinteressati quanto i suoi. Ma al governo, all'epoca, c'era un uomo che dedicava le proprie forze e il proprio genio a fare dell'Inghilterra una monarchia assoluta. Formato alla scuola dei politici italiani, Thomas Cromwell non concepiva lo Stato se non nell'onnipotenza della corona. Per lui (come per Machiavelli), la Chiesa non era altro che un fattore della politica, ma un fattore tanto pi importante quanto maggiore era l'influenza che esercitava sugli uomini. Metterla al servizio del principe significava dunque far rifluire verso di lui la forza e l'ascendente che essa traeva dal carattere sacro che le era proprio. Nel 1534, approfittando dell'obbedienza del Parlamento e della sua ostilit verso la corte di Roma, gli faceva votare l'"atto di supremazia", che riconosceva il re come unico capo supremo in terra della Chiesa d'Inghilterra, "con tutti gli onori, le competenze, le autorit, le immunit, i profitti e i vantaggi propri di questa dignit, e con il pieno potere di visitare, correggere, reprimere, riformare ed emendare errori, eresie, abusi, disordini ed enormit che potessero o possano essere legalmente modificati da qualsivoglia autorit o giurisdizione spirituale". L'anno successivo, Cromwell veniva proclamato dal re suo vicario generale in materia ecclesiastica. La Chiesa inglese era in tal modo china ai piedi del trono e il sovrano che sedeva su quel trono, ormai, per lei, si sostituiva al papa.
Era lo scisma, non ancora l'eresia, che per non si sarebbe fatta aspettare a lungo.
Non occorse molto tempo a Cromwell per fare della Chiesa un semplice strumento della monarchia. I capitoli furono costretti a elevare alla dignit episcopale soltanto le persone designate dal re. Si arriv perfino a esigere dai predicatori il conseguimento di una licenza regia! Allo stesso tempo, tutti i monasteri furono sottoposti a una "visita" il cui risultato era fuor di dubbio. L'onnipotente ministro aveva deciso di confiscarne i beni in parte a profitto della corona, in parte a profitto della nobilt, affinch l'interesse dei lord e della gentry fosse ormai solidale con il mantenimento della nuova organizzazione ecclesiastica, cos come l'interesse dei compratori di beni nazionali lo sarebbe stato pi tardi, in Francia, nei confronti del regime rivoluzionario. Poich la nobilt dominava il Parlamento, non fu difficile ottenere le leggi che, dal 1536 al 1545, decretarono la soppressione di tutte le comunit monastiche nel paese. Gli "articoli di religione" che l'assemblea del clero ricevette senza protestare nel 1536 spezzavano l'ultimo legame che, attraverso la comunanza della fede, legava ancora la Chiesa inglese alla Chiesa universale. Essi riconoscevano come fondamenti del dogma la Bibbia e i primi tre concili ecumenici (the Bible and the three creeds) e, come sacramenti, lasciavano soltanto il battesimo, la penitenza e l'eucarestia. Nessuna modifica veniva apportata n al rito, n all'organizzazione della gerarchia. Si adottava una situazione intermedia tra il protestantesimo e il cattolicesimo che appare assai simile a quella a cui gli umanisti avrebbero voluto a poco a poco portare il papato.
E invece il migliore e il pi celebre di loro, Tommaso Moro, aveva rinunciato dal 1532 alle funzioni di cancelliere e due anni dopo la sua testa cadeva sul patibolo. Gli spiriti dei pi devoti e illuminati, che desideravano la riforma della Chiesa, erano rivoltati dalla violenza che le veniva imposta. Il sistema di governo sembrava loro, ed era infatti, un dispotismo morale imposto col terrore. La polizia di Cromwell esercitava una vera inquisizione e vittime, scelte a fare da esempio tra quanto il paese aveva di pi illustre, furono sacrificate senza piet allo scopo perseguito dal terribile ministro. Invano la nobilt del nord si sollev in nome del cattolicesimo e della libert; come risultato, i suoi sforzi non ebbero altro che nuovi supplizi.
La durezza ostentata contro i cattolici contrasta in maniera singolare con le incertezze del re in materia dogmatica. Dopo il 1536, spaventato dalle manifestazioni di un gruppo di protestanti, ancorch poco numeroso, cerca visibilmente di riaccostarsi alla tradizione e i sei articoli che fa approvare dal clero nel 1539 segnarono un ritorno alquanto marcato verso la fede cattolica. La caduta clamorosa e la morte di Cromwell, nel 1540, si spiegano in parte con i suoi tentativi di trascinare l'Inghilterra in un'alleanza con i luterani della Germania. Per un attimo, sembra che Enrico ottavo abbia addirittura pensato di riconciliarsi con Roma o quantomeno di aderire all'idea di una riforma della Chiesa attraverso un concilio generale. Ma l'atteggiamento del Concilio di Trento gli fece rinunciare a queste velleit. Quando mor, nel 1547, stava pensando di concludere una "lega cristiana" con i principi tedeschi e di sostituire la messa con un semplice communion service.
Dopo di lui, fu il caos. La minore et di Edoardo sesto (1547-1553) permise ai "protettori", duca di Somerset prima e conte di Warwick poi, di favorire apertamente il protestantesimo. La messa venne soppressa, le immagini tolte dalle chiese, il celibato dei preti abolito, adottato un prayer-book, e nuovi articoli di religione formarono la dottrina alla quale la Chiesa anglicana  rimasta fedele fino ai nostri giorni. Tutto questo fu imposto con la violenza, in mezzo a una vera e propria anarchia religiosa. Mentre da tutte le parti i cattolici, esasperati, scatenavano rivolte, nasceva una nuova setta che reclamava una riforma radicale della fede e della Chiesa. Era entrato in scena il calvinismo.
Una generazione separa la nascita di Calvino (1509) da quella di Lutero. La crisi religiosa che nessuno poteva ancora prevedere, nel momento in cui si apr la carriera del riformatore tedesco, quando inizi quella del riformatore francese occupava tutti gli spiriti. Lutero come tutti i suoi contemporanei era stato buttato nel mondo della teologia scolastica. Calvino si form in un ambiente che agitava appassionatamente la questione dell'autorit della Sacra scrittura, della grazia, della giustificazione attraverso la fede, della validit dei sacramenti, del celibato dei preti, del primato della sede pontificia di Roma. Il primo fu spinto dalla coscienza e dagli avvenimenti a uscire dalla Chiesa nella quale aveva invano cercato la pace dell'anima. Il secondo, a dire il vero, a questa Chiesa non ha mai appartenuto. Non ha dovuto fare alcuno sforzo per rompere con essa. Fin dal primo giorno, l'ha considerata un monumento d'errore e d'impostura.
I drammi intimi della coscienza gli sono stati risparmiati. Non ha dovuto cercare Dio. Era sicuro di possederne la parola nella Bibbia, niente altro che nella Bibbia. Avrebbe dedicato la vita a comprenderla e a imporre agli uomini gli insegnamenti che in essa aveva trovato.
Il cuore e il sentimento, in lui, non hanno alcun ruolo.  completamente estraneo al misticismo luterano. La riflessione, il ragionamento, la logica, ecco i mezzi di convinzione di cui si serve.
E senza dubbio, la sua personalit risiede per molta parte in questo. Ma a ben guardare, ci di cui la Riforma aveva bisogno dopo la prima esplosione, era una dottrina coerente, chiara, rigida; era una dogmatica, se cos si pu dire, da opporre alla dogmatica antica e una Chiesa adatta a combattere la Chiesa. Ne aveva tanto pi bisogno, in quanto il cattolicesimo, disorientato, si riprendeva, ritemprava le proprie forze col Concilio di Trento e preparava un potente contrattacco a cui essa non avrebbe certo potuto resistere senza l'aiuto del calvinismo.
Calvino non aveva niente della natura combattiva e impulsiva di Lutero. Appagava i propri bisogni religiosi grazie al lavoro dello spirito ed  quasi certo che, senza gli eventi che determinarono il suo destino, la sua opera nel mondo l'avrebbe portata avanti soltanto con la penna. Raggiungeva l'et matura quando la monarchia francese veniva indotta a prendere posizione rispetto alla Riforma.
A tutta prima, le aveva testimoniato le stesse simpatie che al Rinascimento, con il quale sembra averla confusa. Francesco primo aveva per Erasmo, al quale offerse una cattedra al Collegio di Francia, una stima che preoccupava e irritava i teologi della Sorbona. Luigi de Berquin, uno dei discepoli di Lefvre d'Etaples predicava a corte. La sorella, Margherita, professava un cristianesimo assai libero, mescolato a tendenze platoniche e a un misticismo evangelico che si avvicinava molto al protestantesimo. Proteggeva apertamente gli innovatori, e fu nel suo piccolo regno di Navarra che Lefvre venne a concludere pacificamente la propria carriera. Anche Diana di Poitiers passava per simpatizzante delle dottrine luterane. Ed  certo che il re imped abbastanza a lungo all'Universit e ai Parlamenti di manifestare il loro zelo contro l'eresia. Ma  altrettanto certo che egli non pens mai - e non poteva farlo - a mettersi in disaccordo con il papato. Il Concordato concluso nel 1516 con Leone decimo, per il diritto che gli riconosceva di nominare i vescovi e gli abati dei monasteri e per le restrizioni che apportava agli appelli alla corte di Roma gli assicurava sulla Chiesa francese un'influenza troppo vantaggiosa perch potesse essere tentato a rinunciarvi. Dai tempi di Filippo il Bello, la Curia si era sempre astenuta, per prudenza o per riconoscenza, dall'ostacolare l'esercizio di prerogative che la corona si attribuiva nei confronti del clero. Il governo si trovava a suo agio nella posizione che gli veniva consentita. In Francia non esisteva nessuno dei motivi che spingevano i principi in Germania o Enrico ottavo in Inghilterra a rompere con Roma per sostituirle Chiese nazionali. Gli interessi politici che altrove diedero tanto spazio alla Riforma, qui spingevano invece a opporvisi. Doveva dunque accadere - e infatti accadde - che il re non potesse prolungare la propria tolleranza per un movimento contro cui l'ostilit di Roma si andava facendo sempre pi evidente, senza incorrere, agli occhi della nazione, nel rimprovero di esserne complice. Dal 1530 circa, egli cess di opporsi alle richieste di perseguire gli eretici, e senza arrivare, come in Spagna, a creargli contro un'inquisizione di Stato, permise alle autorit religiose e civili di procedere come meglio avessero creduto, vale a dire imperversando.
Calvino aveva venticinque anni quando la persecuzione, nel 1534, lo spinse all'esilio. Poich i Paesi Bassi, che erano gi stati rifugio degli esiliati francesi e che in seguito lo sarebbero stati ancora tante volte, erano inaccessibili a causa delle leggi di Carlo quinto contro l'eresia, prese la via della Svizzera romanda. Qui, da qualche anno, Ginevra era in pieno fermento politico e religioso. Per resistere al suo nemico atavico, il duca di Savoia, la borghesia aveva sollecitato e ottenuto l'aiuto di Berna. Dal 1526, gli Ugonotti (Eidgenossen) cacciavano dalla citt i sostenitori del duca. Ma Berna era protestante e l'alleanza conclusa con questa citt aveva familiarizzato ben presto i Ginevrini con la Riforma. Un rifugiato francese, il focoso Guglielmo Farei, ne faceva una propaganda appassionata. Come dappertutto, la Chiesa, disorientata, non contrastava, o contrastava male la nuova fede che, favorita dal desiderio d'indipendenza e dall'odio per i Savoia, i cui seguaci bloccavano la citt (1534-1535), ben presto ebbe partita vinta. Il 10 agosto 1535, la messa veniva sospesa per ordine del Consiglio; il popolo infrangeva le immagini; la maggior parte del clero prendeva la fuga. L'anno successivo, la vittoria riportata sui Savoia faceva di Ginevra una repubblica indipendente. Un regime politico nuovo vi si introduceva, quindi, insieme a una nuova fede religiosa e l'uno e l'altra sarebbero ormai rimasti uniti indissolubilmente.
 nel corso di questi eventi che Calvino, passando per Ginevra, vi fu trattenuto da Farei. Manifestava un pensiero sicuro: gi nel 1536 aveva pubblicato l'Institution chrtienne. Gli si offriva l'occasione di applicarne i princpi in seno alla giovane repubblica tutta fremente della propria vittoria. Coperta alle spalle dai cantoni svizzeri, protetta contro una nuova offensiva dei Savoia dalla politica francese, Ginevra non aveva niente da temere per la propria indipendenza e poteva in tutta sicurezza istituire tra le proprie mura il governo teocratico che sarebbe stato la pi elevata, o per meglio dire, la sola applicazione del calvinismo puro e continuare cos, potentemente, a diffonderlo per il mondo. Per il calvinismo essa fu la "citt santa" quella che gli anabattisti, dieci anni prima, nei loro vagheggiamenti mistici, avevano sperato per un attimo di fondare a Munster.
 abbastanza risaputo che il dogma fondamentale del calvinismo consiste nella predestinazione. La salvezza dipende unicamente dalla volont divina e gli eletti, da tutta l'eternit, sono designati da essa. La Chiesa  la comunit degli eletti. Ma poich non  dato sapere se si  stati prescelti dalla grazia, il dovere di ognuno , se cos si pu dire, di dimostrarlo a se stessi dedicandosi con tutte le forze al servizio di Dio. La predestinazione calvinista, anzich spingere al quietismo, spinge dunque all'azione. E tanto pi, in quanto Dio non  concepito come un padre, ma come un maestro, la cui parola rivelata dalla scrittura  legge suprema. Tutta la vita deve essergli sottomessa e lo Stato  legittimo soltanto nella misura in cui rispetta quella legge. Mentre Lutero chiude la religione nell'ambito della coscienza e lascia che il potere temporale organizzi la Chiesa e regoli a modo suo gli interessi politici, Calvino sottomette alla teologia tutte le azioni umane. Il calvinismo  universale, assoluto quanto la Chiesa cattolica. Sarei propenso a dire che lo  di pi. Infatti la Chiesa, alla fine, riconosce allo "scettro temporale" la missione che gli  propria accanto a quella affidata allo "scettro spirituale". L'uno governa i corpi, l'altro le anime, e il primo non  subordinato al secondo se non nelle questioni di fede. Per Calvino, invece, lo Stato, voluto da Dio, deve essere trasformato in strumento della volont divina. Non  pi subordinato al clero, vale a dire che esiste indipendentemente dal clero e che il potere non gli viene dal clero, ma che opera conformemente allo scopo per il quale  creato soltanto in stretta unione con esso per far trionfare quaggi i comandamenti dell'Altissimo e per combattere tutto ci che si oppone o tutto ci che offende la sua Maest: il vizio, l'eresia, l'idolatria e pi in particolare l'idolatria romana, la pi abominevole di tutte. Un tale sistema di idee, se applicato fino in fondo, porta necessariamente alla teocrazia ed  infatti una teocrazia quella che, sotto l'ispirazione di Calvino, il governo di Ginevra ha fondato.
Il Concistoro, assemblea di pastori e di laici, esercita se cos si pu dire, la sovrintendenza morale sulla repubblica. Non governa, ma sorveglia e controlla i "consigli" del comune e li mantiene sulla retta via. Le "ordinanze ecclesiastiche" vengono applicate attraverso l'autorit civile. La pena di morte, la tortura, il bando, la prigione, secondo la loro gravit, ma sempre con una severit esemplare, colpiscono le trasgressioni alla regola ecclesiastica o a quella dei costumi. Frequentare il tempio  obbligatorio; l'adulterio porta la pena capitale; cantare una canzone profana, una penitenza pubblica. La condotta di ognuno  sottoposta a un'inquisizione permanente che lo insegue fin nel suo domicilio e si estende ai minimi atti della sua vita privata. L'eresia  implacabilmente repressa; basta ricordare il supplizio di Michele Serveto, nel 1553.
Oltre che modello dello Stato cristiano, Ginevra divenne un centro ardente di propaganda religiosa. I rifugiati francesi che le persecuzioni del regno di Enrico secondo vi facevano affluire, furono i primi discepoli di Calvino che si conformarono al suo spirito. Il pi celebre tra loro, Thodore de Bze, fu per lui quel che Melantone fu per Lutero: colui che sistematizz l'insegnamento, senza il quale nessuna Chiesa  possibile. Nel 1559 veniva fondata l'Accademia di Ginevra, essenzialmente destinata alla formazione dei "ministri", si potrebbe quasi dire dei missionari calvinisti. Infatti, la preparazione che essi ricevono li dispone prima di tutto a diffondere la dottrina. L'apostolato, che Lutero ha completamente trascurato, per Calvino  la condizione indispensabile della propagazione della fede. Non che egli avrebbe rifiutato la collaborazione dei principi, ma arrivava troppo tardi per poter contare su di loro. Essi avevano preso gi posizione. In Germania, soltanto l'elettore palatino adott, e di conseguenza impose, sulla propria terra il calvinismo. Ovunque, fuori della Germania, i sovrani del continente si schieravano dalla parte di Roma e il re d'Inghilterra da poco aveva imposto ai sudditi una Chiesa nazionale. Bisognava dunque prepararsi alla lotta per far trionfare la parola di Dio. Ovunque lo Stato si mostrava ostile. Di pi! La Chiesa romana, momentaneamente disorientata dall'attacco improvviso che l'aveva colta alla sprovvista, si riprendeva e si mostrava pronta non soltanto a difendersi, ma a riconquistare le posizioni perdute. Paolo terzo, nel 1524, ripristinava l'inquisizione e, nel 1545, convocava il Concilio di Trento. Gi la giovane Compagnia di Ges iniziava a muovere guerra all'eresia, a risvegliare le anime dal torpore, a stimolare la devozione cattolica, a fondare i suoi primi collegi. La situazione era dunque infinitamente pi difficile per Calvino di quanto lo fosse stata per Lutero. Questo aveva approfittato della sorpresa del nemico; quello, lo trovava dappertutto all'erta e in armi. Per intraprendere contro di lui un'offensiva efficace, bisognava far uso di tutte le risorse dell'energia, di tutte quelle dell'organizzazione.
Del resto, se verso la met del sedicesimo secolo le possibilit della difesa cattolica erano assai maggiori che nel 1517, quelle dell'attacco protestante, dal canto loro, erano aumentate. Dappertutto la questione religiosa si poneva ora con una chiarezza pericolosa. Le convulsioni della guerra dei contadini e dell'anabattismo, che all'inizio l'avevano velata di rivendicazioni sociali, erano cessate. D'altronde, non si poteva pi sperare che una riconciliazione con la Chiesa fosse ancora possibile. Bisognava dunque pronunciarsi per la fede antica o per quella nuova. Entrambe reclamavano le anime, le chiamavano a s, ma per ci stesso le obbligavano a un esame di coscienza che, in molte di loro, portava a quel che gli uni chiamavano apostasia e gli altri conversione. Era finita quella religione d'abitudine su cui ci si era addormentati nel quindicesimo secolo. Si trattava di pronunciarsi in un dibattito dove era in gioco la questione della salvezza eterna, e, a seconda della decisione, ciascuno si schierava in uno dei due campi che si fronteggiavano e doveva prepararsi alla lotta. La convinzione personale, l'abbiamo visto, aveva avuto un ruolo assai secondario nella diffusione autoritaria del luteranesimo; lo ha invece, immenso, in quella del calvinismo che, per vincere, non pu contare altro che sull'adesione dei suoi fedeli.
L'organizzazione sociale del sedicesimo secolo non ha permesso che gli si venisse in aiuto. Il capitalismo, infastidito dalle restrizioni imposte dalla Chiesa al commercio del denaro e alla speculazione, gli ha sicuramente fornito l'adesione inconscia di un buon numero d'imprenditori e di gente d'affari. Non bisogna dimenticare a questo proposito come Calvino abbia riconosciuto la legittimit del prestito a interesse, che Lutero, fedele in questo come in tante altre cose alla teologia tradizionale, condannava ancora. Le prime risorse messe a disposizione della nuova Chiesa per coprire le spese di propaganda, se si pu usare qui un'espressione molto moderna, ma che risponde perfettamente alla natura delle cose, gli furono anticipate da alcuni commercianti arricchiti. Verso il 1550, sulla piazza di Anversa, il numero dei nuovi convertiti che appartengono al mondo della Borsa  gi considerevole. I cattolici si lamentano del fatto che essi approfittano dell'azione che svolgono sui loro operai per costringerli, almeno esteriormente, ad aderire alla loro fede. La nobilt fornisce anch'essa, fin dall'inizio, un numeroso contingente di adepti. A spiegarlo, basta ricordare che l'istruzione si  diffusa tra i nobili, che sotto l'influenza degli umanisti le fondamenta dell'antica credenza sono state minate alla base e che si  svegliato il gusto del dibattito, l'amore per le novit. I nobili di lingua francese hanno letto tanto appassionatamente l'Institution chrtienne quanto i nobili tedeschi avevano letto i libelli di Lutero. E si pensi all'impressione che dovette produrre la logica forsennata di quel piccolo libro su spiriti che la lettura di Rabelais, apparso pressappoco nello stesso tempo, gi disponeva fin troppo a farsi beffe della Chiesa e a considerarla un'istituzione antiquata. Infine, il proletariato industriale in seno al quale la persecuzione che non aveva soffocato l'anabattismo aveva lasciato rancori tenaci, non poteva mancare di fornire a sua volta il proprio contributo, anche se, almeno all'inizio, questo si era fatto notare pi per turbolenza che per sincerit.
L'organizzazione democratica e autoritaria data da Calvino alla sua Chiesa ne favor in maniera sorprendente il progresso. Infatti, essa chiama i fedeli a collaborare direttamente all'organizzazione di ogni comunit religiosa. Se il ministro ne  il capo spirituale, il Concistoro, che opera al suo fianco, viene reclutato fra i laici. In questo piccolo gruppo di eletti circondato da nemici e costretto a non contare che su se stesso per mantenersi, si tiene viva la dedizione di ciascuno. Lo zelo, la convinzione, il coraggio, anche la fantasia dei "ministri", assicurano loro, ovunque si introducano, un ascendente contagioso. E il loro numero, non meno dell'energia di cui danno prova, attesta il vigore della giovane Chiesa. Verso il 1540, se ne incontrano gi dappertutto in Francia, nei Paesi Bassi, in Inghilterra. Formati a Ginevra, e poco dopo anche a Losanna, Strasburgo, Heidelberg, si presentano con tutti i caratteri di un vero clero, ma di un clero tanto attivo e istruito, quanto quello cattolico  ancora per lo pi ignorante e apatico. Forniti di istruzioni, agendo di concerto, tenendosi collegati gli uni con gli altri, si dedicano anima e corpo al loro compito. Penetrano nelle citt sotto mentite spoglie, o sotto falsi nomi, evangelizzano la sera, a porte chiuse, in una locanda, in fondo a una corte, in qualche punto lontano della periferia. Talvolta  durante un pasto, in una casa amica, che esercitano la loro missione, cercando di convertire i convitati con discorsi edificanti, e distribuendo loro libri e cantici. Se vengono scoperti, non devono aspettarsi misericordia, e lo sanno. Ma la loro voce, che si alza ancora dalle fiamme e dal fumo del rogo, diffonde nelle anime quella fede per la quale muoiono. I carnefici spaventati si affrettano a mettergli un bavaglio sulla bocca mentre li conducono al supplizio. Bisogna risalire fino alle origini del cristianesimo per ritrovare una simile costanza e un simile coraggio. E come agli inizi del cristianesimo, gli ultimi momenti di questi martiri vengono narrati con devozione in racconti popolari che, divulgati dalla stampa, diventano immediatamente il pi efficace dei mezzi di propaganda. D'altra parte, braccando i fedeli, la persecuzione spinge lontano l'incendio che vuole estinguere. In Francia, nei Paesi Bassi, i profughi lo portano di provincia in provincia. Altri emigrano in Inghilterra e in Scozia. Nell'Europa orientale, anche in Polonia e in Ungheria i ministri sono all'opera e in poco tempo nascono comunit riformate in quasi tutte le citt.
Cos, il calvinismo si distingue per il carattere internazionale della sua espansione. N la diversit delle lingue, n quella dei costumi o dei regimi politici gli sono d'ostacolo. L'organizzazione ecclesiastica di cui dispone gli comunica una forza di penetrazione e un'indipendenza di atteggiamento che invano si cercherebbero nel luteranesimo. Anzich sottomettersi, come questo, alla tutela e al patronato dei principi, il calvinismo conta soltanto su se stesso. Non chiede protezione pi di quanto tema la lotta. Ovunque appaia, proclama apertamente i suoi dogmi, prende arditamente l'offensiva, e il suo radicalismo non tollera compromessi. Tra lui e i seguaci dell'"idolatria romana", della "prostituta di Babilonia" non c' possibilit di conciliazione. Occorre essere per lui o contro di lui. All'intolleranza cattolica, esso risponde con pari intolleranza. Alla persecuzione, risponder ben presto con la rivolta, e la violenza dei suoi atteggiamenti, l'audacia delle sue provocazioni, l'eccesso e l'asprezza della sua polemica, irritano e feriscono anche coloro la cui tiepidezza religiosa non avrebbe sollevato contro di lui. La disputa che scatena assume per ciascuno un carattere personale; fomenta l'odio nei cuori e alla fine, si concluder con la guerra civile.



CAPITOLO TERZO Gli Stati europei dalla met del quindicesimo alla met del sedicesimo secolo.

1. La politica internazionale.

N le grandi trasformazioni sociali, n le grandi crisi del pensiero coincidono necessariamente con le modificazioni della politica internazionale. Il Rinascimento, la Riforma, il capitalismo hanno certamente esercitato un'influenza profonda sulla vita dei diversi Stati; non ne hanno esercitata alcuna, per, sulle condizioni del tutto nuove che, dalla met del quindicesimo secolo, determinarono la situazione di questi Stati gli uni nei confronti degli altri.  al gioco delle congiunture che l'Europa dovette assistere, nel momento stesso in cui subiva tanti mutamenti intellettuali, religiosi ed economici, e anche a una perturbazione radicale nel sistema delle forze che si scontravano, dall'inizio del tredicesimo secolo.
I cinquant'anni trascorsi dopo la fine della Guerra dei Cent'anni, sono bastati a sconvolgere l'ordine tradizionale della politica. La grande lotta tra Francia e Inghilterra ha avuto fine soltanto per mettere la comunit europea di fronte a problemi inaspettati. Mentre in Occidente entrano in scena nuove potenze - lo Stato borgognone lungo le coste del Mare del Nord e, a sud dei Pirenei, lo Stato spagnolo che ingloba ormai in un solo blocco monarchico la Castiglia e l'Aragona - a Oriente, l'impero turco minaccia il mondo cristiano con una nuova invasione dell'Islam. Il caso, questa forza misteriosa che si diverte continuamente a sventare i calcoli degli uomini, ha dunque fatto s che nel momento stesso in cui nella storia interna dell'Europa, ha inizio un periodo critico essa sia costretta a far fronte a un pericolo esterno.
L'invasione turca  certamente la pi grande disgrazia che, dalla fine dell'impero romano abbia afflitto l'Europa. Dovunque si  spinta, ha portato la rovina economica e la decadenza morale. Tutti i popoli che sono stati sottoposti al suo giogo, - Bulgari, Serbi, Rumeni, Albanesi, Greci - sono ricaduti in uno stato prossimo alla barbarie, da cui sarebbero usciti soltanto alla fine del diciannovesimo secolo. I Germani, che avevano invaso l'Occidente nel quinto secolo, non erano meno brutali dei Turchi. Ma si assimilarono immediatamente alla sua civilt superiore, convertendosi al cristianesimo, e furono ben presto assorbiti dalle popolazioni conquistate. Tra l'islamismo dei Turchi, invece, e il cristianesimo dei loro sudditi, non era possibile alcuna conciliazione. La differenza delle religioni doveva renderli impenetrabili gli uni agli altri e perpetuare tra loro il regime esecrabile di uno Stato che non poggia altro che sulla forza, non si regge che attraverso lo sfruttamento e non esiste che al prezzo di perpetuare ininterrottamente nei conquistatori il disprezzo per il vinto e nel vinto l'odio per il conquistatore. Salvo una parte del popolo albanese, nessuna delle nazioni sottomesse al sultano si  convertita all'islamismo e del resto i Turchi non hanno fatto nessuno sforzo per convertirli. Dal punto di vista religioso, alla gloria di Allah bastava che i fedeli regnassero sui giauri dal punto di vista politico, per difendere quello Stato che non and mai oltre la concezione primitiva di un regime puramente militare, non bisognava far altro che ridurre i cristiani al ruolo di contribuenti. Cos, la loro religione, privandoli di ogni specie di diritto, ne garantiva meglio la servit. Da Selim I (1512-1520), anche il loro sangue fu sottomesso a tassazione. Periodicamente, i figli pi belli venivano strappati ai genitori, le fanciulle per assecondare i piaceri degli uomini, i giovani per essere arruolati nel corpo dei giannizzeri, dopo essere stati iniziati all'Islam.
L'Europa, che non aveva potuto impedire la presa di Costantinopoli, non ebbe maggior successo nell'impedire i progressi della potenza turca sul continente e nel bacino del Mediterraneo. I papi cercarono invano di risvegliare lo spirito delle Crociate. La loro propaganda - di cui il monaco Campistan fu l'elemento pi notevole - riusc a dar vita a bande di volontari, per met entusiasti e per met avventurieri, ma ci che sarebbe stato necessario era una cooperazione dei diversi Stati alla difesa comune, e quella era impossibile. Gli storici che ne rendono responsabile il preteso egoismo nazionale degli Stati moderni, dimenticano che gli Stati del Medio Evo non si unirono mai contro i Musulmani. Il carattere universale delle Crociate, viene loro dalla partecipazione dei popoli, non da quella dei governi. D'altronde, il loro fallimento contro avversari assai meno temibili dei Turchi, dimostra che dalle Crociate non ci si poteva aspettare niente, quand'anche le condizioni morali e sociali che le avevano favorite non fossero scomparse per sempre. Il solo mezzo per resistere con successo all'offensiva turca sarebbe stato una lega generale di tutta l'Europa, che ne avesse unito per molti anni in un solo fascio le risorse finanziarie e militari. Le coalizioni del diciassettesimo secolo contro Luigi quattordicesimo, quelle del diciannovesimo contro Napoleone, quella del 1914 contro la Germania, danno un'idea di quale fosse lo sforzo che avrebbe potuto avere successo. Ma gli Stati del quindicesimo secolo, ne erano materialmente incapaci. E poi, ai pi potenti di loro, il pericolo non appariva altro che una minaccia troppo remota per richiedere un intervento. Abbandonarono il peso della lotta a coloro che ne erano toccati direttamente.
Ora, i vicini prossimi dei Turchi, si trovavano purtroppo nell'impossibilit di tener loro testa. Niente  pi penoso dell'incapacit di cui fecero prova e che rese inutile tanta eroica dedizione. Unendo le forze, la repubblica di Venezia, gli Asburgo d'Austria, i re di Boemia, d'Ungheria e di Polonia, avrebbero eretto di fronte al nemico una potente barriera. E invece tutti si lasciarono guidare soltanto dalle proprie ambizioni o dai propri interessi e non agirono mai di comune accordo. Venezia si limit a pochi tentativi scuciti, intrapresi senza slancio e conclusi con le paci disastrose del 1479 e del 1502, che, del suo splendido territorio di isole e di porti levantini, non le lasciarono altro che Candia. Quanto agli Asburgo, che se avessero spiegato una certa grandezza d'animo avrebbero potuto diventare i salvatori, o almeno i campioni dell'Europa, non riuscirono neanche a discostarsi da una politica avida e cavillosa. Federico terzo (1440-1493) e Massimiliano (1493-1519) si tennero a prudente distanza dalle battaglie e gli eventi, di cui erano incapaci di comprendere la portata, li considerarono esclusivamente dal punto di vista dinastico, spiando l'occasione per appropriarsi delle corone di Boemia e d'Ungheria, scopo supremo dei loschi intrighi dei loro antenati.
Dopo la morte di Alberto d'Austria, nel 1439, la sua vedova, appoggiata da Federico terzo, aveva cercato di conservare la Boemia e l'Ungheria a Ladislao, figlio postumo di Alberto, la cui lunga minore et prometteva d'essere tanto fatale ai popoli, quanto vantaggiosa ai disegni degli Asburgo. La nobilt ungherese svent questa macchinazione, offrendo la corona al re di Polonia, Vladislao terzo, mentre i Cechi riconoscevano come reggente Giorgio Podiebrad. Vladislao moriva nel 1444, le armi in pugno nella battaglia di Varna, combattendo i Turchi. Ladislao aveva cinque anni. I notabili ungheresi lo reclamarono da Federico terzo che rifiut di consegnarglielo; allora essi affidarono al pi valido di loro, Giovanni Hunyadi, il governo e la difesa del paese. Hunyadi mor nel 1456, dopo aver salvato Belgrado, e poich l'anno seguente era morto anche Ladislao, Federico terzo si affrett a reclamare per la propria casata la Boemia e l'Ungheria. Ma, avido quanto indolente, non si azzard ad agire e quindi senza tenere conto delle sue pretese, i Cechi elessero re Giorgio Podiebrad, e gli Ungheresi Mattia Corvino, figlio di Hunyadi (1458). Figlio di un eroe, questi fu invece un politico. Anzich volgere le armi contro i Turchi, i quali si impadronivano della Serbia nel 1458, debellavano la resistenza dell'Albania (1479) dopo la morte di Giorgio Castriota (Scanderbeg, 1468), prendevano possesso della Bosnia e dell'Erzegovina e costringevano i principati di Moldavia e di Valacchia a pagare loro un tributo, prefer cercare la prpria espansione a scapito dei vicini cristiani. Poich il papa aveva scomunicato Giorgio Podiebrad che si appoggiava agli utraquisti cechi, e ne aveva dichiarato la deposizione, egli ne approfitt per attaccarlo e farsi proclamare re di Boemia (1469) dai cattolici. Quindi si volse contro Federico terzo che cercava subdolamente di minare la sua potenza, marci contro di lui e lo cacci da Vienna nel 1485. Mor cinque anni pi tardi, dopo aver dato all'Ungheria un fulgore effimero e sterili successi. Non lasciava eredi e immediatamente gli Asburgo, sempre in agguato, ne rivendicarono la successione che ancora una volta gli sfugg di mano senza tuttavia fiaccare la loro pazienza. Gli Ungheresi riconobbero come re il principe polacco Vladislao, al quale gli utraquisti cechi avevano gi dato la corona quando Mattia Corvino era ancora in vita. Massimiliano d'Austria concluse con lui uno di quei trattati matrimoniali, nell'arte dei quali la sua casata eccelleva. Un doppio matrimonio un Luigi, figlio di Vladislao, a Maria d'Austria, nipote di Massimiliano, e Ferdinando, anch'egli suo nipote110, ad Anna d'Ungheria. Dopo la morte del padre (1516), il giovane Luigi secondo dovette marciare contro Solimano secondo che, avendo portato a termine la conquista della Penisola balcanica, si volgeva ora verso l'Ungheria ed entrava a Belgrado (1521). Fu sconfitto e ucciso a Mohacz nel 1526. Questa disfatta fu uno dei pi bei trionfi dell'Austria che con ci entrava in possesso delle corone di Boemia e d'Ungheria da tanto tempo ambite e che la vittoria del Turco finalmente le assicurava. Ferdinando si accontent di succedere ai diritti del cognato. Sarebbe stato il momento di chiamare la Germania a difendere le sue frontiere minacciate. Ma la Germania, agitata dalla crisi della Riforma, era pi incapace che mai di qualsiasi sforzo collettivo. I principi protestanti vedevano nei Turchi degli alleati provvidenziali; i principi cattolici non intendevano, lottando contro di loro, assicurare agli Asburgo un accrescimento di forza che li riempiva di invidia. Solimano avanz dunque senza difficolt fino a Pest e nel 1529 giunse fin sotto le mura di Vienna, che la cattiva stagione e le malattie dei suoi soldati gli impedirono di prendere. Conserv almeno tutta l'Ungheria fino all'Enns e, al momento della pace, che fu costretto a concludere nel 1547, Ferdinando acconsent a pagargli un tributo. L'Ungheria fu divisa in sandjak, salvo una stretta fascia di territorio a nord e a ovest, e alcune zone della Croazia e della Slavonia che rimasero agli Asburgo. La Transilvania e la parte orientale del paese formarono principati singoli sotto il vassallaggio della Sublime Porta. Solimano in persona trasform in moschea la chiesa principale di Pest.
Sotto il suo regno (1520-1566), l'impero turco giunse alla pi grande estensione che avesse mai conosciuta. Gi sotto Selim I (1512-1520) le rive del Mar Nero erano state occupate e i Tartari della Crimea sottoposti a tributo. Nel Mar Egeo, Rodi veniva conquistata nel 1522 e i cavalieri di San Giovanni, che l'avevano eroicamente difesa, si trasferivano a Malta, che avrebbero conservato fino alla Rivoluzione Francese111, chiamati da Carlo quinto. Venivano annesse la Mesopotamia, la Siria e l'Egitto (1512-1520). Algeri e Tunisi, conquistate dal corsaro rinnegato Barbarossa diventavano postazioni avanzate del Gran Signore nel Mediterraneo orientale. Cos, alla met del sedicesimo secolo, l'Islam godeva in Europa di una posizione assai pi forte di quanto avesse mai avuto all'epoca della sua grande espansione. Ma a questa seconda ondata sarebbe toccata la stessa sorte della prima. Il momento dell'apogeo fu anche quello del declino. E i Turchi, come i Musulmani del decimo e dell'undicesimo secolo, non compensarono con la loro civilt quel che persero da quel momento, in vigore guerriero. Barbari erano e barbari sono rimasti. Ma questo, a mio avviso, non ha niente a che vedere con la razza. I Turchi, tanto in Asia quanto in Europa, sono venuti a contatto esclusivamente con le civilt decadenti del califfato di Bagdad e dell'impero bizantino, troppo deboli per imporsi ai vincitori. D'altra parte, l'organizzazione puramente militare dello Stato ha impedito che presso di loro si realizzasse un progresso sociale. Ma poich un tale Stato  improduttivo, non pu mantenersi che con la conquista. E nel momento in cui la guerra cessa di procurargli le risorse che  incapace di produrre da s, perde forza. Deve ingrandirsi sempre, sottomettere sempre nuovi tributari per poter sopperire al proprio mantenimento. Da quando la sua espansione si  arrestata, sulla Turchia si sono abbattuti il disordine delle finanze e l'oppressione fiscale, con tutte le loro conseguenze politiche, economiche e morali. Senza dubbio, essa ha avuto ancora per un attimo dei sussulti di vigore. Ma a guardarla nell'insieme, la sua storia, dalla morte di Solimano secondo,  la storia di un insanabile declino. La Turchia sarebbe scomparsa da molto tempo dal novero degli Stati se le potenze europee, in mancanza di un'intesa sulla spartizione delle sue spoglie non ne avessero salvaguardato l'esistenza. La mirabile posizione che occupa sugli stretti le ha conferito un'importanza internazionale che l'ha preservata dalla sorte della Polonia. L'Europa ha tollerato l'attentato commesso contro un popolo cristiano; non  ancora riuscita a estromettere gli invasori musulmani, la cui presenza sul suo suolo  una disgrazia e una vergogna per la civilt.  strabiliante pensare che gli industriosi e inoffensivi Mori del regno di Granada siano stati ricacciati in Africa alla fine del quindicesimo secolo e che i Turchi siano ancora a Costantinopoli nel 1918. Poich  stato impossibile scacciarli, a poco a poco ci si  abituati alla loro presenza e senza cessare di considerarli degli intrusi, si  finito per far loro posto nella comunit europea. Di pi! Ben presto si  arrivati a chiamarli in causa nelle dispute. Francesco primo non ha forse cercato contro Carlo quinto l'appoggio di Solimano secondo?
Questa alleanza, cos mostruosa a prima vista, non  che una delle conseguenze dello sconvolgimento politico della cristianit, dalla met del quindicesimo secolo.
La Guerra dei Cent'anni, finendo, aveva lasciato Francia e Inghilterra in situazioni assai diverse. In Inghilterra, tra le case di York e di Lancaster, quasi immediatamente scoppi la lotta, e mentre la nobilt si massacrava sui campi di battaglia e attraverso perfidie, crimini e assassini abominevoli, Edoardo quarto, Enrico sesto, Edoardo quinto e Riccardo terzo salivano al trono o ne venivano precipitati, il paese dovette rinunciare a ogni intervento attivo nelle questioni del continente fino al giorno in cui, nel 1485, l'avvento del primo Tudor, Enrico settimo gli restitu la pace. La Francia invece, sotto Carlo settimo gode di una calma ritemprante. La si sarebbe creduta sfinita dalla spaventosa crisi da cui usciva. E invece bastano pochi anni per farne scomparire le tracce. Per la prima volta, la nazione diede prova di quella forza, di quella nuova, febbrile energia che ha sempre mostrato dopo le grandi catastrofi della sua storia. Quando Luigi undicesimo succedette al padre, nel 1461, essa era ridiventata incontestabilmente la pi grande potenza dell'Occidente. Ma si trovava anche in una posizione internazionale del tutto nuova che avrebbe modificato radicalmente il corso della sua politica estera.
Si pu dire che, dalla fine dell'undicesimo secolo, questa fosse stata sempre determinata dalla necessit vitale di ricacciare l'Inghilterra dal suolo francese. Gli interventi della Francia nei Paesi Bassi, come pure i suoi rapporti con l'impero o con la Penisola iberica, si rifanno quasi senza eccezione a questa grande lotta. L'Inghilterra non era soltanto il nemico principale; era l'unico nemico della Francia. Sul continente non ne aveva, e se ne ebbe, furono soltanto quelli istigati contro di lei dall'Inghilterra: Ottone quarto in Germania e i conti di Fiandra nel tredicesimo e quattordicesimo  secolo. A parte questo, la Francia alle spalle era tranquilla e poteva dedicare tutte le forze a far fronte a ovest. Ora, nel momento in cui si conclude la Guerra dei Cent'anni, questo stato di cose scompare per sempre.  infatti finita l'antica sicurezza continentale del regno. Ormai dovr lottare sulle frontiere di terraferma e, per un completo ribaltamento della tradizione, l'Inghilterra in avvenire non l'attaccher pi che coalizzandosi con i suoi avversari d'Europa.
La formazione dello Stato borgognone segna il punto di partenza di questa svolta della storia politica. Si  visto come Filippo il Buono avesse approfittato della partecipazione alla Guerra dei Cent'anni per riunire sotto il proprio potere, a fianco della Fiandra e dell'Artois, la maggior parte dei principati territoriali nominalmente dipendenti dall'impero, che si estendevano dalle Ardenne allo Zuiderzee, i ducati di Lussemburgo e di Brabante, le contee di Hainaut, Namur, Olanda e Zelanda.
A tale blocco di possedimenti, Carlo settimo, concludendo la pace di Arras con il duca (1439), aveva annesso le citt della Somme. A questo splendido dominio si aggiungevano il ducato e la Franca Contea di Borgogna da cui li separavano soltanto la Lorena e l'Alsazia, che minacciavano di assorbire. Cos, in qualche anno, a nord e a est del regno si era formata una potenza nuova che occupava approssimativamente il territorio che un tempo, nel nono e nel decimo secolo, fu dell'effimero regno di Lotaringia. I Paesi Bassi uscivano dalla frammentazione feudale per unirsi, sotto una stessa dinastia e in un solo Stato, comune antenato del Belgio e dell'Olanda moderna. Un suolo fertile, una situazione geografica incomparabile sulle rive del Mare del Nord, fiumi profondi, porti eccellenti, una popolazione laboriosa e pi densa che in qualsiasi altra parte dell'Europa, a nord delle Alpi, citt fiorenti, celebri nel mondo intero per i tessuti o per il commercio, una delle quali, Bruges, era da tre secoli il grande porto internazionale dell'Occidente e di cui un'altra, Anversa, preludeva a una prosperit ancor pi strabiliante, la navigazione intraprendente dell'Olanda e della Zelanda che da allora incominciava a sostituirsi a quella della Hansa in decadenza, infine, nelle regioni agricole della Vallonia un popolo forte e guerriero: tutto questo sembrava essersi unito come per miracolo a fare del giovane Stato una "terra promessa" e garantire ai suoi sovrani il prestigio straordinario che ha circondato Filippo il Buono e suo figlio Carlo il Temerario.
Ma pi questo nuovo vicino era ricco e potente, pi era pericoloso per la Francia. Che lo volesse o no, era per lei una minaccia permanente. Da Amiens, con due giorni di marcia, le sue truppe potevano comparire sotto le mura di Parigi. E soprattutto, per la posizione che occupava, si imponeva all'Inghilterra come un alleato naturale. C'era da temere che, alla prima guerra, assumesse di nuovo il ruolo che tante volte i conti di Fiandra avevano svolto nel Medio Evo, ma questa volta con forze decuplicate. Insomma, la Francia sembrava aver espulso gli Inglesi dal proprio territorio solo per vedersi esposta, sulla frontiera a nord, tutta aperta e priva di difese naturali, alle imprese della Borgogna.
Il conflitto, gi latente tra Carlo settimo e Filippo il Buono, doveva scoppiare sotto i loro successori, Luigi undicesimo e Carlo il Temerario. La crisi fu violenta, ma breve. Le agitazioni civili dell'Inghilterra le impedirono di prendervi parte al momento opportuno. All'inizio Carlo non pot contare che sul duca di Berry, fratello del re, sul duca di Bretagna, ultimo grande vassallo della corona, e su qualche signore legato a lui con il pretesto del "pubblico interesse" del regno. Ma i coalizzati non si intendevano fra loro. Dopo la disfatta di Montlry, il re tratt immediatamente e non ebbe difficolt a separarli gli uni dagli altri. Rimaneva solo di fronte al Borgognone e poteva dedicarsi interamente ad annientarlo. Sollevava immediatamente contro di lui Liegi, che al momento del pericolo avrebbe rinnegato, brigava in Germania, in Inghilterra, in Svizzera, in Savoia, a Milano e a Venezia, sottile, inafferrabile e racchiudendo a poco a poco nelle reti della pi astuta diplomazia il suo focoso avversario. Spesso Carlo, rispetto a Luigi undicesimo,  stato descritto come l'ultimo rappresentante del feudalesimo alle prese con il primo sovrano moderno. Niente di pi inesatto. A parte la diversit del loro genio personale, tanto prudente e abile nel re quanto era violento e avventuroso nel duca, il contrasto della loro politica viene proprio dalla difformit stessa dei loro Stati. La politica del principe francese lo ricollega a una tradizione secolare e mira allo stesso scopo di difesa e di unit nazionale che, dal dodicesimo secolo, con pi o meno fortuna o talento,  stato l'aspirazione di tutti i predecessori da cui gli proviene la corona. La potenza borgognona, invece,  troppo recente,  stata costruita troppo rapidamente,  ancora troppo poco solida, troppo mal collegata fra le sue parti, per poter imporre a colui che la governa visioni ferme e precise. Formatasi per conquista, essa lo spinge tanto pi a nuove conquiste quanto pi le risorse che gli procura sono notevoli e possono facilmente trarlo in inganno sulle proprie forze reali. La condotta di Carlo giustifica il detto di Machiavelli secondo cui uno Stato viene sostenuto dalle stesse forze che lo hanno creato. Bisogna riconoscere, del resto, che molte delle sue imprese gli si imponevano come il compimento dell'opera di Filippo il Buono. L'annessione della Gheldria e quella del paese di Liegi completavano a nord il blocco dei Paesi Bassi e i suoi tentativi di impadronirsi dell'Alsazia e della Lorena si spiegano con la necessit di riunirle alla Franca Contea e al ducato di Borgogna. Ma  difficile fermarsi sulla via delle conquiste. Accecato dal successo e dal desiderio di gloria, Carlo non ha tardato a perdere di vista il possibile e il reale e a dimenticare gli interessi dei suoi popoli. Sogna di farsi riconoscere re dei Romani, di farsi cedere dal vecchio Renato d'Angi le sue pretese sul regno di Napoli. La spedizione contro Neuss (1474-1475), dove si ostina con passione morbosa per umiliare l'imperatore e l'Impero, gli fa perdere l'occasione di raggiungere Edoardo quarto d'Inghilterra, che  appena sbarcato a Calais per marciare contro Luigi undicesimo, e che, vedendosi abbandonato dal suo alleato, si affretta a concludere la pace con il re. L'anno successivo, l'occupazione della Lorena trascin il duca in una guerra contro gli Svizzeri. Vinto a ripetizione, prima a Granson e poi a Morat (1476), il suo prestigio militare che ancora si imponeva all'Europa  finito. Luigi undicesimo si prepara a sferrare l'offensiva. Renato di Lorena rientra a Nancy. La catastrofe di Carlo era certa. Fu pi rapida, pi tragica e pi radicale di quanto non sperassero i suoi nemici. Attaccato dagli Svizzeri mentre prendeva d'assedio Nancy con un'armata che, per il tradimento dei mercenari italiani, era ridotta a qualche migliaio di uomini, si gett alla disperata nella mischia. Due giorni dopo (7 gennaio 1477) sul ghiaccio di uno stagno, fu ritrovato il suo cadavere semidivorato dai lupi e trafitto da ferite mortali.
Se fosse dipeso soltanto da Luigi undicesimo, lo Stato borgognone sarebbe scomparso insieme a lui. Mentre si impadroniva delle citt della Somme e invadeva l'Artois e la Borgogna, il re stabiliva un piano di spartizione dei Paesi Bassi che, dandogliene una parte e assegnando il resto a signori francesi o a principi tedeschi, li avrebbe fatti ricadere nella frammentazione e nell'impotenza. La reazione particolaristica provocata dalla morte del duca in tutte le province irritate dal suo dispotismo, assecondava a meraviglia i suoi progetti. Era un diplomatico troppo fine per non portare dove voleva lui gli ingenui ambasciatori borghesi, deputati eletti dagli Stati Generali precipitosamente riunitisi a Gand e accecati dal desiderio di pace e dall'ansia di ripristinare le franchigie e i privilegi urbani. Ma la casualit genealogica, fattore misterioso da cui in massima parte dipesero i destini degli Stati ai tempi della politica monarchica, doveva metterlo di fronte a un pericolo ben pi grande, per la Francia, di quanto non fosse stato il pericolo borgognone che si vantava di eliminare. Carlo il Temerario, infatti, lasciava soltanto una figlia, Maria di Borgogna, il cui matrimonio avrebbe deciso della sorte dei suoi domini. Gli Asburgo, naturalmente, non avevano mancato di mettere gli occhi gi da tempo su un'ereditiera tanto ricca. Sette volte fidanzata per favorire le imprese e le alleanze paterne, Maria era stata promessa da ultimo a Massimiliano d'Austria. Questa promessa senza dubbio non avrebbe avuto pi valore delle altre, se il duca fosse vissuto. Ma nello smarrimento in cui si trovava Maria di Borgogna, diventava la sua sola speranza di salvezza. Per sfuggire ai tentativi di Luigi undicesimo offr la propria mano all'Austriaco. L'occasione era troppo bella per non approfittarne. Massimiliano si affrett ad accorrere, e l'unione fu conclusa a Bruges, il 28 agosto 1477.
Era un espediente a cui si ricorse in fretta e furia, sotto la pressione della necessit. E tuttavia, mai matrimonio politico ha esercitato altrettanta influenza sull'avvenire dell'Europa. Facendo entrare il giovane Stato borgognone a far parte dell'insieme ibrido dei domini asburgici, non solo lo condannava a subire ormai il contraccolpo delle manovre della pi ambiziosa e avida delle dinastie, ma apriva al tempo stesso, tra la Francia e la casata degli Asburgo, quel lungo conflitto che sarebbe terminato soltanto nel diciannovesimo secolo. Bruscamente l'Austria, che tutto sembrava orientare verso i paesi danubiani, metteva piede sulle rive del Mare del Nord, tra le due grandi monarchie dell'Occidente. Niente la chiamava lass se non la fame di territori. In quelle regioni non aveva alcuna missione da compiere, nessun interesse da difendere, se non quello dei suoi principi. La sua politica puramente dinastica fin dai primi giorni si trov in conflitto con i bisogni e le aspirazioni dei popoli. E passi pure, se il suo scopo fosse stato quello di ristabilire sui Paesi Bassi l'antica signoria dell'impero! Ma tutto al contrario, intende tenerli soltanto per s e i suoi sforzi hanno sempre teso a separarli dalla Germania. La posizione che vi occupa, vista nell'ottica della comunit europea, appare dunque tanto assurda quanto artificiosa. Da qui hanno origine le catastrofi che avrebbe portato. Quando gli interessi dei principi e quelli dei popoli si sono trovati a divergere, non c' stata epoca in cui ci sia accaduto impunemente. La storia della casata d'Asburgo ne  la dimostrazione pi evidente. Guadagnando i Paesi Bassi, si  trovata trascinata in quella via di dominazione universale, in quella politica di espansione per l'espansione, dove le nazioni non contano che come eredit, i paesi come possedimenti, che avrebbe fatto di lei, fino ai nostri giorni, la nemica giurata di tutte le aspirazioni nazionali e di tutte le libert pubbliche.
Non c' da stupirsi che i Paesi Bassi abbiano tollerato che un atto cos fatale per loro si compisse in silenzio. La loro fusione in un corpo statale unico era ancora troppo recente per poter far nascere in loro il sentimento dell'indipendenza nazionale. Del resto, in piena rivoluzione particolaristica, ogni provincia non pensava che a s e i borghesi di Gand, che guidavano il movimento, non si preoccupavano d'altro che di ripristinare i vecchi privilegi municipali e non guardavano oltre la cerchia ristretta della loro politica locale. Quando si trovarono di fronte al fatto compiuto, era troppo tardi. Il matrimonio della loro "principessa naturale"aveva fatto di loro dei sudditi della casa d'Austria, mentre loro, nel frattempo, discutevano sulle proprie franchigie.
Gli intrighi della Francia, sotto Luigi undicesimo cos come sotto Carlo ottavo, non mancarono di accendere e di mantenere vivo, nei Paesi Bassi, il malcontento generale, di mettere in fermento i cittadini di Liegi, di sollevare la Gheldria, paralizzando cos le forze di Massimiliano. Dopo la morte di Maria di Borgogna (1482) la maggior parte delle citt e della nobilt non lo considerarono pi che un intruso e gli contesero la tutela del figlio Filippo il Bello. I cittadini di Liegi, sottomessi da Carlo il Temerario, ripresero la propria indipendenza, e altrettanto fece la Gheldria. Massimiliano, di cui l'impero si disinteress completamente, si dibatteva impotente in mezzo a questo caos.
Nel 1488, dovette addirittura subire l'umiliazione di essere tenuto prigioniero di Bruges per pi settimane. Malgrado l'alleanza con il re d'Inghilterra e il duca di Bretagna, la guerra a singhiozzo che fece alla Francia non poteva portare a niente di definitivo. Essa fu provvisoriamente interrotta nel 1493 dalla pace di Senlis.
Al mutamento introdotto nella politica internazionale dalla nascita dello Stato borgognone, l'unificazione della Spagna, risultato del matrimonio di Isabella di Castiglia con Ferdinando d'Aragona (1469), fece ben presto seguire una perturbazione totale. Fino a quel momento, i regni spagnoli erano stati troppo deboli per poter intervenire attivamente nei destini dell'Europa. La guerra contro i Mori aveva dapprima assorbito tutte le loro forze fino alla met del tredicesimo secolo. Poi, al momento in cui l'opera avrebbe dovuto essere portata a termine, rivalit dinastiche e le dispute dei re con la nobilt e della nobilt con le citt, l'avevano interrotta, salvaguardando l'esistenza precaria del regno musulmano di Granada. Favorita dalla posizione marittima, l'Aragona aveva messo a buon frutto la propria attivit all'esterno, espulso gli Angi di Sicilia a vantaggio di una linea collaterale della propria dinastia, conquistato le Baleari, messo piede in Corsica e in Sardegna. Ma questa spinta vigorosa si era arrestata alla fine del quattordicesimo  secolo, in seguito alle lotte con la Castiglia, ai dissensi nella famiglia reale, e alle rivolte a Barcellona e in Catalogna. La Castiglia era ancor pi travagliata e debole per le pretese e l'insubordinazione della nobilt. Nessuna forza riusciva a imporsi a una societ vigorosa ma anarchica, quando l'unione doppiamente nazionale di Ferdinando e di Isabella non solo mise fine al lungo conflitto che logorava i due regni, ma permise loro di legare, e poi di subordinare i popoli al proprio potere e di imporgliene tanto profondamente l'impronta, di sottometterli in maniera cos totale al loro governo in tutti i campi di attivit, che certamente in nessun paese e in nessuna epoca mai sovrani hanno esercitato un'azione pi profonda.
Nello Stato spagnolo, quale essi lo hanno fondato, il sentimento cattolico e il sentimento politico si uniscono l'uno all'altro in maniera cos completa da confondersi. La monarchia chiama in aiuto il vecchio fanatismo religioso dei sudditi, e ai loro occhi la sua causa si identifica con quella della fede. Lo zelo per l'ortodossia l'ha resa profondamente nazionale e, circondata dal pi intollerante tra i popoli, questa intolleranza  stata lo strumento del suo successo. Dal 1480, l'inquisizione, incaricata di sorvegliare gli Ebrei convertiti (maranos) diventa, senza perdere il proprio carattere ecclesiastico, un'istituzione dello Stato, perch lo Stato nomina il grande inquisitore e i giudizi che egli emette non possono essere portati in appello a Roma. La figura di Torquemada  inseparabile da quelle di Ferdinando e di Isabella. Tutti e tre sono sinceri nel loro odio per l'eresia e se la corona, confiscando a proprio vantaggio i beni dei condannati morti sul rogo, trae ricchezze dai loro supplizi, non ne approfitta che per dare avvio a nuove imprese tanto vantaggiose per s quanto per la Chiesa. La guerra santa, interrotta da tempo, viene ripresa contro i Mori, tanto che l'organizzazione definitiva del territorio nazionale appare come il risultato di una Crociata. Ma non basta combattere i Musulmani. Gli Ebrei non sono meno di loro nemici di Cristo. Nel 1492, l'anno stesso della conquista di Granada, essi venivano espulsi dal regno. Questa conquista e questa espulsione fecero traboccare il tesoro e fornirono le risorse necessarie ai progressi dell'espansione politica e religiosa. Mentre Cristoforo Colombo si lanciava alla scoperta di un nuovo mondo da sottomettere e da convertire, le spedizioni dirette contro le coste del Marocco, dell'Algeria, della Tunisia, sembravano annunciare che tutte le forze della Spagna sarebbero entrate in lotta contro l'Islam. Niente pareva meglio rispondere al suo carattere, al suo ruolo storico, ai suoi stessi interessi di popolo mediterraneo. Niente avrebbe potuto in ogni caso procurargli gloria pi bella e maggiore ascendente del farsi, di fronte ai Turchi, campione della Chiesa e dell'Europa. Niente, infine, avrebbe pi nobilmente giustificato quel titolo di "re cattolici" che Ferdinando e Isabella avevano appena ricevuto da Alessandro sesto. Ma, giunta a questo momento decisivo della sua storia, la Spagna devia. Volta le spalle alla guerra santa per lasciarsi trascinare dalle ambizioni dinastiche dei suoi principi. Senza rendersi conto che sta rinunciando alla propria missione, concentra tutte le capacit che ha acquisito nei conflitti secolari con la Mezzaluna a sottomettere il continente cristiano, per ricadere da ultimo su se stessa, rovinata, sfinita da duecento anni di sforzi e sterile quasi quanto le vicine coste del Marocco di cui ha sacrificato la conquista certa e vantaggiosa ai sogni di dominio universale dei propri sovrani.
Per trovare il punto di partenza di un'evoluzione cos notevole, bisogna risalire al lontano intervento dell'Aragona nelle questioni di Sicilia. Da allora, gli Angi che possiedono sulla terraferma il regno di Napoli e i prncipi aragonesi che regnano sull'isola, non avevano fatto altro che trovarsi in conflitto. La morte della regina Giovanna di Napoli (1435) che, dopo aver riconosciuto come suo successore Alfonso d'Aragona, pi tardi aveva lasciato la corona a Renato d'Angi, avrebbe certamente fatto scoppiare una guerra se l'indolenza e la debolezza di Renato sesto si fossero prestate. Ma morendo (1480), egli aveva lasciato le proprie rivendicazioni alla casata di Francia. Carlo ottavo, erede di Luigi undicesimo, ardeva dalla voglia di farle valere. Dopo aver messo le frontiere del nord provvisoriamente al riparo dalle imprese asburgiche con la pace di Senlis (1493), passava i monti (1494) e, attraversando l'Italia stupita, prendeva la corona di Napoli. 
Non sarebbe stata che la breve avventura di un giovane principe desideroso di gloria. Gi dall'anno successivo, il papa univa contro l'invasore Milano e Venezia. Ferdinando e Isabella, per solidariet con i parenti di Sicilia, si unirono alla coalizione. Carlo ebbe soltanto il tempo di battere in ritirata e di rientrare in Francia, dove mor nel 1498. Il suo successore, Luigi dodicesimo, avrebbe purtroppo seguito le sue orme. Oltre a Napoli, rivendicava anche Milano come discendente di Valentina Visconti, e dal 1499, se ne impossess quasi senza colpo ferire. Un trattato con Ferdinando d'Aragona, che stabiliva la spartizione del regno di Napoli, gli permetteva senza pi difficolt di prenderne la parte che gli veniva riconosciuta. Ma Ferdinando ben presto ruppe l'accordo. La guerra scoppi, i Francesi furono vinti e Luigi dodicesimo, nel 1505, rinunci a tutte le pretese su Napoli che da allora, fino ai Tempi Moderni, non sarebbe pi stata altro che un possedimento spagnolo. Non conserv pi a lungo Milano. Nel 1511, il papa Giulio secondo univa contro di lui Venezia, Ferdinando e poi, subito dopo, Massimiliano ed Enrico ottavo d'Inghilterra. Luigi dovette abbandonare l'Italia e precipitarsi al nord a tenere testa agli Inglesi, che, dopo averlo sconfitto a Guinegat, si reimbarcarono e, scontenti di Massimiliano, fecero la pace.
Viste nell'insieme della storia di Francia, le spedizioni di Carlo ottavo e di Luigi dodicesimo in Italia appaiono semplici assaggi. Non si ricollegano ad alcuna necessit nazionale. Provocate unicamente dall'ambizione dinastica, furono "guerre di prestigio", vale a dire guerre inutili. Contribuirono senza dubbio ad accelerare nel regno il gusto e la passione per il Rinascimento. Ma la politica che inaugurarono e che sarebbe stata definitivamente abbandonata soltanto sotto Enrico secondo (Pace di Cateau Cambrsis) non si concluse altro che con un vano spreco di uomini e di finanze. Il solo risultato durevole fu quello di far volgere la Spagna verso l'Italia e, come conseguenza inevitabile, di avvicinarla alla casa d'Asburgo.
Era evidente, infatti, che tra Massimiliano in lotta contro la Francia nei Paesi Bassi e i re cattolici in lotta contro di essa nel regno di Napoli, l'alleanza politica e il suo epilogo obbligato, l'alleanza dinastica si sarebbe imposta a breve termine. Dal 1496, il doppio matrimonio di don Juan, erede di Ferdinando e di Isabella, con Margherita, figlia di Massimiliano, e di Filippo il Bello, suo figlio, con l'infanta Giovanna, univano strettamente le due famiglie. Niente lasciava prevedere in quel momento che le loro eredit si sarebbero fuse in un unico regno. Ma ancora una volta la natura lavor per gli Asburgo. La morte sgomber il cammino davanti a loro. I decessi, che si succedettero uno dopo l'altro, di don Juan (1497), della sua sorella maggiore Isabella (1498), e del figlio di lei, don Miguel (1500), chiamarono Giovanna e Filippo il Bello a raccogliere la successione dei regni spagnoli. Sei anni dopo, Filippo moriva inopinatamente di pleurite, lasciando in eredit i propri diritti al figlio Carlo, di appena sette anni. Ferdinando visse abbastanza a lungo per risparmiare al fratello orfano il pericolo di succedergli prima di essere uscito dall'infanzia. Quando il vecchio re mor, nel 1516, suo nipote veniva proclamato maggiorenne.
Dall'Antichit, Carlo quinto  uno di quei rari personaggi, il cui nome gode di un'attenzione universale. Manca poco perch sia celebre quanto Carlomagno e Napoleone. E tuttavia, la propria grandezza non la deve al genio, bens alle eredit. Dotato di attitudini mediocri, le circostanze gli hanno arriso con tale favore, che prima di lui solo Carlomagno e dopo di lui solo Napoleone hanno esercitato sull'Europa un'azione altrettanto vasta. In lui vengono a far capo tre dinastie e a confluire tre storie: quella d'Austria, quella di Borgogna e quella di Spagna. Nipote di Massimiliano d'Asburgo e di Maria di Borgogna, come pure di Ferdinando d'Aragona e d'isabella di Castiglia, egli si trova a possedere nello stesso momento tante porzioni dell'Europa da farla sembrare destinata tutta intera al suo potere. In Germania ha i ducati austriaci, lungo il Mare del Nord i Paesi Bassi, sulla costa dell'Atlantico la Spagna, al centro del Mediterraneo il regno di Sicilia. Con queste eredit, egli ha naturalmente raccolto le mire che vi si ricollegano: quelle dell'Austria sull'impero, sulla Boemia e sull'Ungheria; quelle dei Paesi Bassi sulla Borgogna; quelle della Spagna sull'Italia e sulle coste berbere. A questo si aggiunga infine il Nuovo Mondo, che i conquistadores gli sottomettono. Fernando Cortez conquista il Messico dal 1519 al 1529; Francesco Pizarro il Per, dal 1531 al 1541. La strabiliante conquista dell'America del Sud si conclude prima della morte di Carlo. Tuttavia, ancora troppo recente sotto il suo regno, essa non ha contribuito n ad aumentare la sua potenza n a influire sulla sua politica. Le conseguenze non si faranno sentire che sotto suo figlio. Per Carlo, tutti i progetti, come pure tutte le risorse, sono ancora determinati dalla vecchia Europa. Il suo titolo di "dominatore delle isole del Mare Oceano" e il suo motto "plus oultre" non sono che i presagi di un futuro che egli ha potuto tutt'al pi intuire.
Quando gli tocc la Spagna per la morte di Ferdinando (23 gennaio 1519), e successivamente l'Austria per la morte di Massimiliano (12 gennaio 1519), era completamente estraneo tanto alla prima quanto alla seconda. Allevato nei Paesi Bassi da signori Belgi che, non vedendo in lui altro che "il loro principe naturale" non avevano neanche pensato a fargli imparare il tedesco - che non seppe mai - n lo spagnolo, quando apparve tra i Castigliani, nel 1517, parlando soltanto francese e circondato da favoriti fiamminghi e valloni, li sconvolse a tal punto che essi lo accolsero con la rivolta dei Comuneros. Ma non ebbe bisogno di molto tempo per darsi l'atteggiamento distante, freddo e impersonale che si imponeva a un principe destinato a regnare su popoli e paesi tanto diversi. Se per tutta la vita, come ricordo di giovent, conserv una certa predilezione per i Belgi, non apparteneva in realt ad alcuno dei popoli di cui eredit le corone e gli fu facile mostrare a tutti loro un'imparzialit che gli proveniva dall'indifferenza. Insensibile a qualsiasi sentimento nazionale, mir soltanto alla grandezza della propria casata. Regn sui paesi che il caso riun sotto il suo scettro, senza interessarsi ad alcuno di loro, o, per meglio dire, interessandosene soltanto nella misura in cui ciascuno rispondeva ai suoi disegni. Tra lui e i suoi contemporanei, Francesco primo ed Enrico ottavo, nei quali sembrano incarnarsi Francia e Inghilterra, scoppia il contrasto. Al loro confronto, egli non  altro che un sovrano privo di un carattere proprio, perch privo di patria, che non gode dell'attaccamento di nessun popolo, da nessuna parte.
Gi Ferdinando e Isabella, con la loro politica italiana, avevano incominciato a distogliere la Spagna dalla lotta contro l'Islam per coinvolgerla nei conflitti dell'Europa. Carlo quinto ve la impegn definitivamente. Certo, egli non rinunci del tutto alla conquista delle coste berbere. Le sue spedizioni del 1535 contro Tunisi e del 1541 contro Algeri si ricollegano ancora alla tradizione. Ma non furono che brevi intermezzi, imprese senza domani. Bisognava scegliere tra la guerra d'Africa e la guerra d'Europa, e in che modo, Carlo, avrebbe potuto rinunciare a questa senza rinunciare al tempo stesso alle proprie eredit? La sua politica non fu e non poteva essere quella di un sovrano di Spagna; fu e doveva essere quella di un Asburgo, e la Spagna, sotto il suo governo, dedic le proprie forze alla realizzazione di disegni che non solo erano estranei, ma contrari ai suoi veri interessi.
A questi disegni, la Francia doveva necessariamente opporsi con tutte le forze. La lunga schermaglia tra Carlo quinto e Francesco primo non si spiega affatto con il contrasto dei loro caratteri o delle loro ambizioni. La causa profonda sta nell'incompatibilit della politica dinastica del primo rispetto alla politica nazionale del secondo. Lo si potrebbe definire dicendo che  il conflitto di una casata, la casata degli Asburgo, con una nazione, la nazione francese. Chiusa infatti da ogni parte dai domini di Carlo - a sud dalla Spagna e dall'Italia, a est dalla Borgogna, a nord dai Paesi Bassi - la Francia viveva la minaccia di venire soffocata da un avversario che, se avesse trionfato su di lei, avrebbe goduto in Europa di un dominio universale. Non era soltanto il suo prestigio in Europa, ma la sua sicurezza a esser messa in pericolo da un vero e proprio accerchiamento. E a questo si aggiungeva il pericolo dovuto alla sua espansione in Italia, dove Francesco primo aveva appena riconquistato il Milanese sul campo di battaglia di Marignano (settembre 1515).
La morte di Massimiliano, nel 1519, rendeva la situazione ancor pi pericolosa. Carlo non poteva mancare infatti di porre la propria candidatura all'impero che, da Alberto d'Austria, era rimasto sempre alla casata d'Asburgo. Francesco fece di tutto per distogliere gli elettori da questo rivale troppo potente e indurli a dare i voti a lui, o almeno a Federico di Sassonia. Ma i Medici non poterono fornirgli tanto denaro quanto i Fugger ne prestarono a Carlo. Gli elettori, all'asta come sempre, si vendettero al migliore offerente. Il 28 giugno 1519, poich la banca tedesca aveva comperato tutti i loro suffragi, conclusero la compravendita e consegnarono la corona di Germania al re di Spagna.
Da quel momento, la guerra era certa. Scoppi nel 1521, dapprima sulle frontiere dei Paesi Bassi, dove Enrico ottavo venne a unire le sue truppe a quelle di Carlo, poi si trasfer in Italia e non si interruppe che con la clamorosa disfatta del re di Francia a Pavia (25 febbraio 1525). Caduto nelle mani del nemico, Francesco finisce per acconsentire alla Pace di Madrid (14 febbraio 1526). Ma era ben deciso a non tenerne conto e a riprendere le armi. Quella disfatta aveva migliorato di molto la sua posizione. La vittoria di Carlo spaventava tutti e la Francia appariva ora come il campione della libert d'Europa. Il papa Clemente settimo, per affrancare l'Italia dal giogo spagnolo, le si avvicinava e, dopo il sacco di Roma da parte delle bande tedesche dell'imperatore, entrava formalmente a far parte dei suoi alleati. Enrico ottavo faceva altrettanto, rendendosi conto troppo tardi di come, nella campagna precedente, non fosse stato altro che uno strumento dell'egemonia asburgica. Da ultimo, l'esplosione del protestantesimo in Germania e l'invasione dei Turchi in Ungheria assicuravano la neutralit dell'impero. L'equilibrio era ristabilito. Nel 1529, la Pace di Cambrai restituiva la Borgogna alla Francia, che rinunciava da parte sua all'antica signoria sulla Fiandra e sull'Artois, come pure alle pretese sull'Italia. I due avversari non aspettavano che una nuova occasione per ricominciare la lotta. L'atteggiamento dei principi luterani era un incentivo per il re di Francia; egli non esit neanche a concludere, nel 1546, un trattato con Solimano secondo. Cos, contro il re cattolico che aveva profanato Roma, il re cristianissimo si univa agli eretici e ai Musulmani! La Pace di Crespy, dopo campagne incerte (1544), lasci le cose allo statu quo. Quanto meno, essa permise all'imperatore di affrontare finalmente i principi protestanti di Germania. La sua vittoria di Muhlberg non manc di gettarli spaventati tra le braccia della Francia. Per procurarsi l'aiuto del successore di Francesco primo, Enrico secondo, che nel suo paese perseguitava crudelmente gli eretici, gli offrirono i tre vescovati di Metz, Toul e Verdun (1552). Ci significava far approdare finalmente la politica francese a uno degli scopi a cui mirava, con la paziente campagna portata avanti dal tredicesimo secolo, al fine di ricostituire le frontiere tracciate nell'843 dal Trattato di Verdun. Carlo dovette immediatamente far fronte a ovest e disinteressarsi dei protestanti. Tutti i suoi sforzi fallirono davanti a Metz, ostinatamente difesa dal duca di Guisa. Prima di abdicare, concluse con l'avversario la Tregua di Vaucelles (1556).
Egli lasciava l'Europa in uno stato quanto mai minaccioso e gravido di guerre inevitabili. La successione che trasmetteva al figlio Filippo secondo comprendeva oltre alla Spagna, il regno di Napoli, il Milanese, la Franca Contea di Borgogna e i Paesi Bassi, senza parlare degli immensi possedimenti del Nuovo Mondo. L'Italia, sottomessa a sud e a nord, vedeva svanire i sogni di affrancamento che avevano ispirato il genio tanto diverso di Guicciardini, di Machiavelli, di Giulio secondo e di Clemente settimo. Fino ai Tempi Moderni, essa non sarebbe pi stata altro che un'espressione geografica, dove la pesante dominazione spagnola avrebbe finito di distruggere quel che ancora sussisteva della civilt del Rinascimento. Soltanto gli Stati del papa e quelli della Repubblica di Venezia conservavano un'indipendenza, che ai primi veniva garantita dalla tradizione cattolica e che la seconda doveva alla propria organizzazione militare. Quanto ai Paesi Bassi, accresciuti dall'annessione definitiva del ducato di Gheldria e delle province frisone, al nord, andavano ormai a costituire, per i sovrani di Spagna, una "cittadella d'acciaio". Con la Prammatica Sanzione (1549), Carlo aveva avuto cura di regolarvi il diritto di successione in maniera tale che non potessero sfuggire ai suoi discendenti e, istituendoli, con la convenzione di Augusta (1548), come territorio di Borgogna, aveva regolato i loro rapporti con l'impero in modo che questo non avesse pi in realt altro diritto su di loro se non quello di difenderli. La dignit imperiale gli era servita soltanto per assicurare l'avvenire alla propria casata. Non solo aveva tolto i Paesi Bassi alla Germania, ma, nel 1531, aveva anche fatto ottenere al fratello Ferdinando, la corona di re dei Romani e gli aveva ceduto i ducati patrimoniali d'Austria che, aggiungendosi al possesso delle corone di Boemia e d'Ungheria, toccate a Ferdinando nel 1526, garantivano definitivamente, al centro dell'Europa, la potenza asburgica. Divisa in due rami, la famiglia doveva nondimeno rimanere unita per interesse dinastico. Attraverso l'Italia, il ramo di Spagna corrispondeva con l'Austria; attraverso i Paesi Bassi, gli permetteva di dominare pi facilmente la Germania, e grazie ai servigi che poteva renderle, era sicuro in anticipo della sua sottomissione.
Cos, il continente era schiacciato dal colosso asburgico che si era piantato in Austria e in Spagna. Al suo fianco, la Francia e l'Inghilterra sembravano assai deboli e minacciate. Ma era come David di fronte a Golia. Esse avevano ci che mancava alla mostruosa potenza dinastica che le fronteggiava. Anzich essere, come quella, una giustapposizione di popoli e di paesi agglomerati gli uni agli altri dalla ventura delle eredit, che niente, salvo i diritti di propriet dei sovrani, univa tra loro, possedevano quella coscienza collettiva che deriva dal destino comune, dalla costanza degli sforzi, dall'armonia della politica dei re con le tendenze nazionali.  da questo che traevano la forza ed  questo che permise loro non soltanto di sfuggire al pericolo, ma di trionfarne, attraverso peripezie che la questione religiosa, scatenata dalla Riforma, avrebbe tinto del lacerante interesse delle lotte per la fede.



2. La politica interna.

Quel che colpisce a tutta prima, se si getta un'occhiata d'insieme sull'organizzazione degli Stati europei dal 1540 al 1550,  l'accrescimento del potere monarchico. Con Luigi undicesimo in Francia, con Enrico settimo in Inghilterra, con Ferdinando e Isabella in Spagna, esso raggiunge una forza e un prestigio che non ha mai avuto prima e che si svilupper ancor pi con i loro successori. In Ungheria, sotto Mattia Corvino, in Svezia sotto Gustavo Wasa, realizza tali progressi da trasformare tutta l'organizzazione politica. Si impone al giovane Stato borgognone, sotto Filippo il Buono e Carlo il Temerario. Se ne sente l'influenza fino alla Germania. Qui, infatti, se i re dei Romani e gli imperatori rimangono confinati a un'autorit nominale, i principi, nei loro territori assumono sempre pi l'aspetto di sovrani locali, e l'Austria, la Baviera, la Sassonia, il Brandeburgo, si vedono imporre istituzioni che, di fatto, sono istituzioni monarchiche.
Un fenomeno tanto generalizzato suppone cause altrettanto generali. In ogni paese, il particolarismo dei principi, la tradizione, le circostanze, hanno chiaramente impresso un carattere specifico alla monarchia. Ma per grandi che siano le differenze locali, la somiglianza dei tratti essenziali testimonia come l'evoluzione corrisponda ovunque a tendenze irrefrenabili della societ. Ci si trova di fronte a una spinta analoga a quella che, nel decimo secolo, ha prodotto il regime feudale e, nel dodicesimo , il regime urbano. E come per questo,  possibile, senza tenere conto dei dettagli e delle sfumature, tratteggiare a grandi linee un movimento che si  manifestato in tutta l'Europa occidentale 112.
Il potere regio era in rapporti troppo stretti con l'organizzazione sociale per non subire l'influenza della grande trasformazione economica e intellettuale a cui questa si sovrappone dalla met del quindicesimo secolo. Il capitalismo, il Rinascimento, il luteranesimo, non potevano non agire su di esso, ed  facile vedere come tutti abbiano collaborato, per la propria parte, a dotarlo di un vigore nuovo. Ognuna di queste grandi forze in lotta contro il passato doveva necessariamente ricercare e ottenere l'alleanza dell'autorit monarchica. La loro ostilit ai vecchi privilegi, alle vecchie istituzioni, alle vecchie idee che la limitavano gliene assicurava la compartecipazione. Nei loro confronti, l'autorit adott lo stesso atteggiamento che aveva assunto in Francia e in Spagna nei confronti delle borghesie, quando un tempo queste avevano sollecitato il suo appoggio contro il feudalesimo. Oggi come allora, il suo sviluppo dipendeva dallo sviluppo generale della societ. Agendo in suo favore, essa agiva per s. Ci che la interessava in maniera pi evidente era di essere moderna e di combattere le tendenze conservatrici che si opponevano tanto ai propri progressi quanto al progresso sociale. Non lavoravano forse a suo vantaggio queste tendenze, aiutando il capitalismo a far crollare il particolarismo municipale, favorendo la propaganda degli umanisti contro i pregiudizi morali o politici, proteggendo i luterani che le sottomettevano il governo e i beni della Chiesa? Tutti i diritti che si opponevano alla potenza della corona si appoggiavano alle tradizioni. Non serviva altro perch essa sostenesse, in buona fede, ogni critica a questa stessa tradizione e considerasse sua missione affrancarne i sudditi e affrancarsene a sua volta.
I fatti rispondono alla questione con precisione perfetta. In tutti i paesi dove si sviluppa il capitalismo, si vedono i principi profondergli le prove della propria benevolenza. Nei Paesi Bassi, essi si pronunciano regolarmente in suo favore contro la politica reazionaria dei mestieri urbani e spingono con tutte le forze lo sviluppo di Anversa, la citt del libero commercio. In Inghilterra, dal regno di Enrico settimo, la corona asseconda le imprese dei Merchant adventurers e si interessa a tutti i progetti d'espansione marittima. In Spagna  il suo intervento a rendere possibile la scoperta del Nuovo Mondo. In Francia, Luigi undicesimo adatta al clima del mezzogiorno il baco da seta, fa sfruttare le miniere, stimola in tutti i modi l'iniziativa economica, e Francesco primo si sforza di introdurre nel proprio regno industrie italiane. Protetto dai sovrani, il capitale in cambio mette a loro disposizione risorse e credito. Grazie a ci essi possono fare a meno di ricorrere alle assemblee della Nazione per procurarsi i mezzi necessari a fare la guerra. I banchieri li affrancano dal controllo fastidioso dei sudditi. La lunga lotta di Carlo quinto e di Francesco primo sarebbe incomprensibile senza il concorso dell'alta finanza. I Fugger e molte altre case d'Anversa non hanno cessato, per tutta la durata del regno dell'imperatore, di anticipargli le somme colossali che egli divorava.
Il consenso dei principi non si schiera meno chiaramente in favore della libert intellettuale che in favore di quella economica. A eccezione dei re di Spagna, tutti manifestano le proprie simpatie per le idee che gli uomini del Rinascimento diffondono, senza preoccuparsi delle proteste dei teologi. Erasmo  protetto da Carlo quinto e da Francesco primo; Tommaso Moro viene fatto cancelliere d'Inghilterra da Enrico settimo, Gattinara e Granvelle, i due pi importanti ministri dell'imperatore, aderiscono con convinzione al nuovo orientamento degli spiriti.  pi che evidente infatti che questo nuovo orientamento  tutto a vantaggio dello Stato, perch, dal momento che gli umanisti non possono aspettarsi che dai prncipi le riforme che sperano, per ci stesso il governo dei principi appare loro lo strumento fondamentale del progresso. Il loro disprezzo per il passato fa s che si aspettino tutto dalla monarchia, alla quale portano l'adesione di quell'aristocrazia intellettuale che, in ogni nazione, si trova ormai a godere del monopolio della rappresentanza dell'opinione pubblica.
Infine, almeno agli inizi, la Riforma, non meno del Rinascimento, ha partecipato a questa cospirazione di tutte le grandi forze sociali in favore del potere sovrano. I principi, che l'abbiano protetta o combattuta, ne hanno approfittato tutti allo stesso modo.
Qui termina il manoscritto.
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FINE.
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Nota bibliografica.
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Anzitutto, ricordiamo le opere di Pirenne alle quali ci siamo, pi di frequente, rivolti:
HENRI PIRENNE, Histoire de Belgique, 7 voll., Bruxelles, 1900-1902.
HENRI PIRENNE, Medieval cities: their origins and the revival of trade, Princeton, 1925.
Si tenga, per conto anche della versione francese: Les Villes du Moyen-ge. Essai d'Histoire conomique et sociale, Bruxelles 1927. Citeremo poi la traduzione italiana: La citt del Medioevo, Bari 1985.
HENRI PIRENNE, Mahomet et Charlemagne, Paris-Bruxelles, 1936. La prima traduzione italiana usc a cura di M. VINCIGUERRA, Bari, Laterza, 1939, e ripubblicata nel 1971. La traduzione Maometto e Carlomagno pi citata  quella pubblicata dalla Newton Compton nel 1991.
HENRI PIRENNE, Histoire de l'Europe, Paris-Bruxelles 1936, La prima edizione italiana usc a Firenze, Sansoni 1956, la seconda, sempre a Firenze, della Sansoni  del 1967.
Per completezza teniamo presente ancora HENRI PIRENNE, Histoire economique de l'Occident medival, costituente l'ottavo volume de L'Histoire du Moyen-ge, II sezione della Histoire gnrale diretta da G. GLOTZ, Paris 1933, tradotta in italiano con il titolo: Storia economica e sociale del Medioevo, Milano, Garzanti, 1985.
Su questo studioso possediamo un'ampia bibliografia, in questo luogo non citabile. Mi limito, pertanto, ad alcune segnalazioni da cui si potr risalire ad una informazione pi ampia e completa.
BRYCE LYON, "L'Oeuvre de Henri Pirenne aprs vingt-cinq ans", in Le Moyen-ge, LXVI (1960), pp. 437-493. Id. Henry Pirenne. A biographical and Intellectual Study, Preface by F.L. GANSHOF, Ghent 1974; Henri Pirenne. Hommage et souvenirs, Bruxelles, 1938 (nel I volume  presente la completa Bibliographie des travaux historiques d'Henri Pirenne, pp. 145-164);
A.F. HAVINGHURST, The Pirenne Thesis: Analysis, Criticism and Revision. Problems in European Civilization, Boston 1958; F.L. GANSHOF, "Pirenne, Henri", in Biographie nationale, XXX, suppl. 2, Bruxelles, 1959, coll. 671-723; E. SESTAN, "Tardo antico e alto medievale: difficolt di una periodizzazione", in Italia Medievale, Napoli 1966, pp. 1-21; S. MAZZARINO, La fine del mondo antico, Milano 1959; F. VERCAUTEREN, "Le centenaire de la naissance de Henri Pirenne (1962)", in Economia e Storia, I, (1964), pp. 596-603 (riassunto della Relazione pubblicata nel 1963, da F.V. nel Bulletin de la Classe de Lettres de l'Academie Royale de Belgique); O. CAPITANI, "H. Pirenne, Maometto e Carlo Magno"; Id. "Henri Pirenne, La Citt del Medioevo"; l'uno e l'altro saggio sono ora in O.C. Medioevo passato prossimo, Bologna, Il Mulino, 1979, rispettivamente alle pp. 75-101 e 103-144; la postfazione di A. Tarpino e l'Appendice bibliografica di H. Van Werveke, in Appendice ad H.P. Storia economica e sociale... cit., rispettivamente alle pp. 313-326 e 5-12; C. VIOLANTE, La fine della grande illusione. Uno storico europeo tra guerra e dopoguerra. Henri Pirenne (1914-1923). Per una rilettura della Histoire de l'Europe, Bologna, Il Mulino, 1997; P. DELOGU, Reading Pirenne Again, in The Sixth Century Production, Distribution and Demand, a c. di R. Hodges e W. Bowden, Leiden, E. J. Brill, 1998, pp. 15-40; F. CARDINI, Italia e Europa, in Terre nostre Sermioni. Societ e cultura della Cisalpina verso il Duemila, a c. di N. Criniti, Brescia, ed. Grafo, 1999, pp. 5-20; L. GATTO, Viaggio intorno al Concetto di Medioevo, Profilo di Storia della storiografia Medievale,quintoed. riv. e aggiornata, Roma, Bulzoni, 2002, pp. 311-314.
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NOTE.
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1 Henri Pirenne, Souvenirs de captivit en Allemagne, Bruxelles (Lamertin), 1921, p. 31-35. Questi scritti sono apparsi anche nella Revue des Deux Mondes, Paris, 1 e 15 febbraio, 1920.
2 Ibid. p. 38-39.
3 ibid. p. 64.
4 Creuzburg  la sede di una "sovrintendenza" luterana.
5 L'Autore aveva perduto il figlio Pierre, arruolatosi volontario nell'esercito belga, rimasto ucciso all'et di diciannove anni, il 3 novembre 1914, durante la battaglia dell'Yser.
6 Il 9 agosto 379, Valente  battuto ad Adrianopoli. Nel 382, la pace di Teodosio permette ai Goti di stabilirsi in Mesia. Nuova rivolta sotto Alarico, nel 395.
7 Tre quarti di secolo pi tardi, Bisanzio subir nuovamente la pressione sia di Teodorico che degli Ostrogoti, ma anche questa volta sapr dirottarli verso l'Italia.
8 In italiano nel testo (N.d.T.).
9 Si veda, sull'argomento: HENRI PIRENNE, Maometto e Carlo Magno.
10 I monasteri, in Irlanda, erano molto diversi dai monasteri benedettini. Ma quelli che i missionari irlandesi fondarono sul continente si conformarono all'organizzazione benedettina.
11 Sbarco di Sant'Agostino: 596; cristianizzazione ultimata: 655.
12 Nel 653 Costanzo II esilia Martino I. Nel 692 Giustiniano II avrebbe fatto la stessa cosa con Sergio I, se non ci fosse stata una rivolta di Roma.
13  curioso notare che in Russia, nel XV secolo, Ivan III costitu una cavalleria allo stesso modo. Anzi, egli d addirittura terre a dei servi (Milioukov, Histoire de Russie, vol. I, p. 117).
14  divertente il fatto che alcuni studiosi abbiano preso la cosa sul serio.
15 Astolfo ricominci ben presto e Pipino ritorn nel 756.
16 L'ideale antico o romano del potere monarchico viene sostituito dall'ideale cristiano, in attesa di ricomparire, nel dodicesimo secolo.
17 In francese: remueurs d'histoire. Il remueur de champagne, colui che  addetto a smuovere quotidianamente le bottiglie di champagne (N.d.T..).
18 Questa citt si era per dichiarata indipendente dal califfato Ommiade.
19 Barcellona fu presa nell'801 da Luigi che governava l'Aquitania e la marca istituita all'epoca.
20 Nel suo titolo ufficiale Carlo si dice Deo coronatus, e ci corrisponde esattamente alla concezione che stiamo cercando di esporre.
21 Le figlie di Carlo il Calvo furono educate da Ugobaldo, dell'abbazia di Saint-Armand.
22 Onomasiologia: ramo della linguistica che studia le diverse realizzazioni lessicali di una stessa nozione o immagine all'interno di una o pi lingue (N.d.T.).
23 L'abbazia di Saint-Trond, ad esempio, possedeva vigneti a Briedel e a Pommeron sulla Mosella.
24 Si tratta soltanto delle dichiarazioni programmatiche dei partiti. In fondo, solo gli ecclesiastici poterono avere un programma; i laici si schierarono a seconda delle simpatie e degli interessi.
25 Nel 916, il papa Giovanni X con Berengario e alcuni soccorsi bizantini, si impadronirono delle trincee dei Musulmani sul Garigliano. Da allora, l'Italia centrale ne fu liberata.
26 Questi nuovi venuti, in russo prendono un nome che deriva da una vecchia parola svedese che significa "straniero" (vaering). Da cui i a?a???? della guardia di Costantinopoli, all'inizio composta soprattutto di Scandinavi.
27 Del resto, i Russi attaccarono Costantinopoli nell'865, 907, 941, 944 e 1043.
28 Solo nel corso dell'undicesimo secolo gli Scandinavi si assimilano agli Slavi. Nel 1018 Kiev  ancora completamente scandinava.
29 Erano rimasti soltanto Carlo, figlio di Ludovico il Germanico, e un figlio minore di Ludovico il Balbuziente.
30 Corrado  Francone e quindi di un paese pi avanzato ed evoluto. Enrico, Sassone,  pi arretrato e pi forte. Gi  presente il contrasto che vedremo pi tardi, quando la Prussia prender il sopravvento sugli altri Stati tedeschi.
31 Ad esempio, alla Fiandra contro i Normanni.
32 Gli antichi studiosi di diritto feudale, fino alla fine del diciottesimo secolo non si sono sbagliati su questo punto. Una massima giuridica ammessa da tutti loro dice: "feudo e giustizia non hanno niente a che spartire". In realt, il diritto feudale  un diritto a parte, come il diritto commerciale.
33 L'elezione del re  un progresso nel senso che assicura l'unit monarchica; non ci saranno pi spartizioni.
34 Nel Medioevo, dazio in denaro o in natura (N.d.T.).
35 Contadino libero, che non  servo (N.d.T.).
36 Ci diventer definitivo solo nel quattordicesimo  secolo.
37 Si veda Ganelon nella Chanson de Roland.
38 Poppon, divenuto abate di Stavelot.
39 Goffredo il Barbuto, duca delle Ardenne.
40 L'Abbazia per gli Uomini e l'Abbazia per le Dame, a Caen; le cattedrali di Tournai, Spire, ecc.
41 La storia di questi Normanni dimostra in maniera esemplare come l'Italia meridionale fosse economicamente pi avanzata dell'Europa settentrionale. I principi del luogo li prendono al soldo come mercenari, e in questo paese, diviso in venti parti, agiranno come nel quattordicesimo  secolo hanno cercato di fare le grandi compagnie. Sono autentici mercenari che ottengono dei principati.  perch in questo paese c' denaro, che ricevono immediatamente rinforzi dai loro compatrioti.
42 Ultramontanismo: fedelt alla politica pontificia, come manifestazione di spirito reazionario e conservatore: si riferisce in particolare all'atteggiamento assunto dai cattolici francesi fedelissimi al papa e a quello dei cattolici tedeschi, assertori dell'indipendenza della Chiesa dallo Stato (N.d.T.).
43 Ci spiega il ritrovamento di 20.000 pezzi di monete arabe in Svezia, e di una certa quantit in Russia.
44 Per questi, e per altri accenni analoghi, si ricordi che l'Autore scrive ai primi del'900 (N.d.T.).
45 "Il porto pi celebre della Danimarca e sosta sicura delle navi che usano dirigersi dai paesi dei barbari verso la Grecia." (N.d.T)
46 Per comprendere questi grandi profitti commerciali in una situazione dove guerre e carestie sono continue, basta vedere quel che accade oggi, durante la guerra.
47 Credo che il termine di "mercanti avventurieri" sia proprio quello che si conviene a questi precursori che non si possono ancora chiamare grandi mercanti.
48 Ci sono, naturalmente, delle eccezioni; ad esempio, Throuanne.
49 Coloro che non sono pi apprendisti e non sono ancora maestri (N.d.T.).
50 Nome con cui i Russi designano i Tedeschi.
51 Come si pu vedere dal polittico di Irminone e dai documenti monastici, la fecondit dei matrimoni era maggiore tra i contadini che tra i nobili. Solo tra i principi si trova qualche traccia di pre-malthusianesimo.
52 Citeaux (non lontano da Digione) fu fondata nel 1098 da Robert de Molesmes, ma divenne un centro di movimento solo quando vi giunse san Bernardo, nel 1113.
53 Evidentemente, parlo della conquista di uno Stato cristiano da parte di un altro Stato cristiano.  chiaro che l'invasione musulmana ha portato con s perturbazioni pi profonde.
54 Ma relativamente allo Stato di cui lo possediamo, il Domesday non comprende i dati relativi a tutti gli abitanti del regno. Manca infatti un certo numero di contee.
55 Questa precisazione  indispensabile, perch, da Suger fino a Talleyrand e Fouch, la Chiesa non ha cessato di fornire allo Stato ministri e consiglieri. Ma non sono pi ecclesiastici nel senso vero e proprio della parola: sono politici, che della professione clericale hanno conservato soltanto l'abito e i benefici.
56 Tranne che in Sicilia, dove le fondamenta dello Stato sono bizantine.
57 Figlio di Goffredo, il maggiore dei figli di Enrico II, che la Bretagna riconosceva al posto di Giovanni.
58 Si veda, a questo proposito, il capitolo seguente.
59 In teoria, i papi mirano alla teocrazia, bench, di fatto, non vi siano pervenuti; ma viene loro riconosciuta - e comunque essi si attribuiscono - una sorta di potere arbitrale supremo, contro il quale vengono opposte resistenze, senza conflitto aperto.
60 In italiano nel testo (N.d.T.).
61 Lo spirito puro della Crociata sopravvive tuttavia in Spagna, perch qui si associa al bisogno del popolo di tirare avanti. Altrove, il contatto con l'Islam ha arricchito il commercio; in Spagna continua ad alimentare la guerra.
62 Fatta eccezione per il regno di Sicilia, di cui si parler pi avanti.
63 Sembra che il nome di Pataria sia una semplice deformazione di Cataro.
64 Alla corte di Francia, tesorieri che custodivano il denaro destinato alle spese della casa reale (N.d.T.).
65 Federico II, nel 1231, aveva gi fatto coniare in Sicilia degli Augustali d'oro, la cui circolazione sembra tuttavia essere rimasta piuttosto limitata
66 Vedi libro quarto, capitolo n, "La guerra delle investiture".
67 Non parlo di quelle del Baltico, che quasi non gli appartenevano.
68 Vedi pi avanti "La Francia e la politica europea".
69 Vedi libro settimo, capitolo I, "Il papato e la Chiesa".
70 L'Aragona conserv soltanto la contea di Roussillon e Montpellier a nord dei Pirenei.
71 Tra Federico d'Aragona e Roberto d'Angi fu firmata una pace definitiva nel 1302.
72 Vedi oltre p. 324.
73 Bisogna osservare che Simone di Montfort e i baroni hanno costretto il re a sancire anche le libert inglesi e a rinunciare ai suoi progetti sulla Sicilia.
74 Scabini, rappresentanti dell'aristocrazia, che governavano il comune.
75 In italiano nel testo (N.d.T.).
76 Non  il capitalismo a opporsi alle tendenze della natura umana, bens la sua limitazione. La libert economica  spontanea. Il mestiere la comprime perch minaccia la maggioranza. Ma presuppone che questa maggioranza detenga il potere politico.
77 In italiano nel testo (N.d.T.).
78 In italiano nel testo (N.d.T.).
79 In italiano nel testo (N.d.T.).
80 In italiano nel testo (N.d.T.).
81 Cos venivano designati a Firenze i mestieri inferiori.
82 Corporazioni parigine (N.d.T.).
83 Il quattordicesimo  secolo vede l'inizio dell'influenza degli uomini di finanza nella politica.
84 Non si pu considerare la vittoria delle popolazioni di Schwys, Uri, Unterwalden sul duca Leopoldo d'Austria, nel 1315, come una sollevazione sociale. Si tratta di contadini liberi che intendono conservare la propria indipendenza.  piuttosto qualcosa di analogo alla lotta dei Frisoni contro i conti d'Olanda, che termina con la battaglia di Stavoren (1345).
85 In italiano nel testo (N.d.T.).
86 Cfr. Brigida, Caterina da Siena, Gerson, Vincent-Ferrier, Pierre de Luxembourg.
87 Tali, ad esempio, i Certosini.
88 "Lollium" significa erba cattiva.
89 Sono tutti Provenzali, senza dubbio a causa degli Angioini di Napoli.
90 Su questa ostilit e sulle sue origini, si veda anche oltre a p. 343.
91 Vedi p. 343.
92 Il tributo non  una vera e propria imposta, ma un diritto permanente.
93 Giovanni I  il figlio postumo di Luigi Decimo, che mor dopo qualche giorno e a cui succedette Filippo V.
94 Il Collegio comprende tre elettori ecclesiastici: i prelati di Magonza, Treviri, Colonia, e quattro laici: il re di Boemia, il conte Palatino del Reno, il duca di Sassonia, il marchese di Brandeburgo.
95 In Fiandra, la schiavit scompare nel tredicesimo secolo. In Francia  in gran parte abolita nel quattordicesimo  secolo.
96 L'unione indissolubile della Polonia e della Lituania fu proclamata nel 1499.
97  divertente notare che all'inizio del 1917, la Repubblica finlandese ha inviato una delegazione in Ungheria per notificare la propria nascita a quel popolo che le era parente per la sua origine finnica.
98 In italiano nel testo (N.d.T.).
99 Qui, avrei bisogno dei miei libri e dei miei appunti, per poter essere pi preciso.
100 Cfr. al contrario, il passaggio di Cominnes, che descrive i borghesi delle citt delle Fiandre: "Ce n'estoient que bestes et gens de villes, la plupart". ("Per lo pi non ci sono che animali e gente di citt"). Cfr. anche gli abitanti di Gand che, sotto Carlo V, non trovano di meglio da fare che riprendere la costituzione del quattordicesimo  secolo.
101 "Btisseur de la Chartreuse de Pavie, grand et mauvais tyran, mais honorable". (Libro VII, capitolo VII).
102 Bisogna anche tenere conto del fatto che se gli Stati italiani - come Milano o Firenze - sono piccoli, tuttavia, grazie alla loro organizzazione politica, svolgono un'azione universale.
103 "De trs grand povret non ayant la valeur d'un denier  estre riche de 10000 mares de rente".
104 Diritto feudale: incapacit che impedisce al servo della gleba di sposarsi fuori della signoria o con una donna libera senza il consenso del signore (N.d.T.).
105 "Di custodire per il Sovrano Signore sei damigelle, s'intende meretrici, per i piaceri del Signore Sovrano".
106 Affissione delle tesi di Lutero nel 1517.
107 "Libres, bien nayz, bien instruictz, conversans en compeignies honnestes".
108 Con ci si allude all'architettura "neo-gotica", che fioriva, soprattutto in Belgio, prima della guerra.
109 "Capo e protettore della chiesa e del clero d'Inghilterra" (N.d.T.).
110 Massimiliano era nonno di entrambi. L'italiano non ha, come il francese, un termine specifico per indicare il nipote di nonni (N.d.T.).
111 Malta fu presa da Napoleone nel 1798 durante la sua traversata alla volta dell'Egitto.
112 Anche in Russia, l'espansione del principato di Mosca e l'accrescimento del potere dei suoi prncipi incominciano alla fine del XV secolo, ma qui le cause sono il crollo della dominazione tartara e non hanno niente a che vedere con lo sviluppo dell'Europa. Anche la Polonia rimane al di fuori del movimento europeo.
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FINE.